Copertina di
Copertina di "Shah-in-Shah", Feltrinelli editore

Teocrazia o laicocrazia?

Chi conosce l’Iran scagli la prima pietra

Dopo aver letto Shah-in-Shah di Ryszard Kapuściński, alcuni anni fa, mi chiesi se l’adesione ideologica di Michel Foucault al «khomeinismo» non avesse qualche recondito fondamento. In quel piccolo capolavoro del reporter polacco era infatti manifesto quanto l’amore dell’Occidente per l’alleato persiano non coincidesse in nessun modo con il rispetto degli iraniani nei confronti della dinastia dei Pahlavi. E che la caduta dello shah fosse in fondo, per la maggior parte di loro, nient’altro che una benedizione.

L’avvento dell’ayatollah Khomeini sparigliò gli assi. E da quel momento solo una particolare avversione verso la cosiddetta «laicocrazia» di Reza Pahlavi poté far gridare a taluni, tra cui l’ineffabile Foucault, che la cosiddetta «teocrazia» ne rappresentasse la cura.

Dal 1979 a oggi quella lontana dicotomia continua a operare nel profondo in quasi tutto il tavolato del Medioriente allargato: il quale, costretto da decenni tra la tentazione del dominio militare e quella del dominio islamista, non ha quasi mai potuto conoscere autentiche aperture verso quello che sembra restare un privilegio occidentale. La democrazia.

Eppure ancora oggi sembrerebbe che pochi – persino i più sprovveduti – riescano a resistere dal proporsi all’attenzione come paladini di una possibile «soluzione iraniana». Tanto che da qualche giorno, con l’assassinio di Soleimani da parte dell’esercito stanunitense di stanza in Medioriente, si sono riaperte le danze: Hanno ragione gli Usa o ha ragione il governo di Teheran? Ha ragione l’Occidente o ha ragione il popolo persiano? Ben pochi sembra abbiano avuto la premura di volersi astenere dal dire la propria.

Anzi, nella tarantella dell’opinionismo di massa non è raro che qua e là siano esplose diatribe dal gustoso sapore di battibecco condominiale. Laddove chi difendeva la compattezza venutasi a delineare tra i cittadini iraniani con l’assassinio di Soleimani non accettava in nessun modo di essere ritenuto un sostenitore dell’assai poco liberale governo di Teheran, chi quel governo esplicitamente condannava per i propri sistematici abusi e le sistematiche violazioni dei diritti umani non sapeva in nessun modo come sottrarsi all'accusa di essere «filo-americano».

L’antico Giano dell’irriducibile polarità che stringe i destini dell’Iran dai tempi della dinastia Pahlavi torna dunque a mostrare la propria ambigua inflessibilità, e l’antica domanda riprende a richeggiare come una tragica beffa: Con chi stiamo? Con la laicocrazia o con la teocrazia?

Giacché di questo al fondo potrebbe trattarsi: Di quale potere o di quale forza politica e militare vogliamo dotare chi governa le sorti del mondo? Del potere di chi ha da sempre fatto dell’imperialismo laico la propria vocazione oppure del potere di chi ha prediletto all’imperialismo laico, di marca occidentale, l’universalismo del messaggio celeste o della cosiddetta ummah, la comunità globale dei musulmani del mondo? E poi, a fronte di tali macroscopici dispiegamenti, siamo certi che tertium non datur?

Su questo dilemma sarebbe utile sollecitare la prudenza che i latini invocavano prima di emettere le proprie massime. Poiché una cosa è infine certa: l’Iran non può essere indagato e meditato – soprattutto non può essere analizzato e poi giudicato – né secondo i canoni della tifoseria né secondo quelli dell’improvvisazione da osteria.

Certo, gli Usa possono suscitare avversione e l’Iran può indurre a solidarietà e viceversa. Ma certe realtà forse dovrebbero anzitutto suscitare ricerca e studio: ovvero quella sospensione del giudizio che è dell’attenzione o della meditazione intellettuale. Una cognizione dell’Oriente a tutto può infatti essere debitrice tranne alla presunzione di poterne parlare senza conoscerne i lineamenti nell’intimo. E poiché quanto si osserva in superficie della sua storia e della sua attualità è di una enigmaticità sconcertante, forse trarre frettolose conclusioni non serve a nulla. Come a nulla serve dichiararsi «filo-iraniani» alla Foucault o «filo-statunitensi» alla Huntington.

Almeno quando tra laicocrazia e teocrazia l’aberrazione del potere ha spesso sembianze talmente identiche da lasciarci sgomenti come al cospetto dell’enigma di Delfi.

Marco Alloni
Condividi

Correlati