The Rider

Uomini e cavalli nel West che ha scordato John Wayne

di Corrado Antonini

Senza nulla togliere a Robert Redford e alla sua capacità di sussurrare ai cavalli, il protagonista del film The Rider della regista cinese Chloé Zhao fa qualcosa di incredibilmente più plausibile (oltre che di poeticamente assai meno stucchevole): ammaestra cavalli selvaggi.

Per chi non è del ramo (io per primo), iniziamo col distinguere i mustang dai broncos. I mustang (dallo spagnolo mesteño, non domato), sono cavalli inselvatichiti che scorrazzano in tutta libertà per le praterie d’America. I broncos sono a loro volta dei mustang, ma dei mustang particolarmente scontrosi, oltre che più restii a farsi imbrigliare. Hanno la cattiva abitudine di sgroppare non appena qualcuno si mette in testa di cavalcarli, e proprio in virtù di questa loro natura riottosa sono comunemente impiegati nei rodeo.

Brady Jandreau discende dalla tribù degli indiani Lakota Sioux oggi stazionati nella riserva di Pine Ridge, nel Dakota del sud. All’età di quattro anni suo padre lo accomodò su un cavallo, e da allora, come si suol dire, non è più sceso. Salvo una volta, durante un rodeo, quando fu disarcionato e calpestato dall’animale, un bronco particolarmente focoso, che lo lasciò a terra con la testa fracassata. Dopo un’operazione, quattro giorni di coma e una lunga convalescenza, Brady si è ristabilito. Oggi vive con una placca di metallo infilata nel cranio, non partecipa più ai rodeo ma continua ad ammaestrare cavalli. Ha una sorella, Lilly, autistica, e un miglior amico, Lane, ex domatore di tori, a sua volta costretto in clinica da un incidente di rodeo, semi-paralizzato e impossibilitato a comunicare se non attraverso un rudimentale sistema di segni che, pur nella sua macchinosità e nella sua pochezza espressiva, misura la profondità del sentimento che lo lega a Brady.

Brady Jandreau, Lilly Jandreau e Lane Scott (mettiamoci pure anche il padre di Brady, Tim, e quasi tutti gli attori presenti sul set) nel film interpretano sé stessi. Ciò che il film The Rider ci presenta è la fedele ricostruzione del loro ambiente, del loro modo di vivere e di relazionarsi all’interno di una piccola comunità rurale dedita all’allevamento di bestiame. Una storia da niente, in apparenza. L’incidente di rodeo di Brady e la necessità di reinventarsi una vita sono il filo narrativo su cui la regista cinese Chloé Zhao fa danzare i protagonisti e le figure di contorno. Lo fa con discrezione ma imponendo lo sguardo di una donna su un mondo da sempre ostaggio di figure maschili, oltre che infallibilmente osservato e giudicato da una prospettiva maschile. Lo fa rivelando, di quel mondo aspro e alieno da ogni sentimentalismo, l’umanità profonda. Questi uomini, per quanto caratterialmente inviolabili, per quanto invalidati (fisicamente, ma anche, se non soprattutto, emotivamente) da un’ossessione che determina ogni loro scelta (la passione per i cavalli, la necessità di stringere fra le mani del cuoio, la fissa per il rodeo, il richiamo delle praterie), nonostante tutti i loro limiti, questi uomini rivelano, in fondo al cuore, una sconfinata capacità di amare.

Sul volto di Brady Jandreau questo amore rimane scolpito per sottrazione. Non ha necessità di sussurrare ai cavalli perché coi cavalli lui si relaziona da ammaestratore. Ha dimestichezza con i mustang, con la loro natura selvatica, sente la loro paura, la loro ritrosia, la loro mancanza di fiducia nei confronti dell’uomo. E con pazienza e mestiere fa di tutto per conquistarsela, quella fiducia. C’è una scena, nel film, che da sola vale mille film sui cowboy e sulla frontiera tutta. Quella in cui Brady si avvicina a un cavallo mesteño rinchiuso in un recinto e pian piano impara a conoscerlo e a farsi riconoscere impiegando tutti e cinque i sensi: il tatto, la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto. Una faticosa negoziazione fra due esseri viventi che non si appartengono né si assomigliano, ma che riescono infine a fidarsi l’uno dell’altro. Nel film la sequenza dura un paio di minuti, ma nella vita vera di Brady e del cavallo quel primo incontro si è prolungato per una quarantina di minuti, fra nitriti, brividi, rifiuti, calci, sgroppate e, infine, le prime concessioni e l’accettazione dell’animale a farsi cavalcare (è una sequenza che la Zhao ha filmato nella sua interezza, alla stregua di un documentario o di un corso di ammaestramento di cavalli selvaggi).

Accanto alle magistrali scene equine, ci sono quelle non meno riuscite fra Brady Jandreau e l’amico Lane Scott. A memoria non ricordo delle scene in cui l’amicizia maschile viene fissata su pellicola con tanto pudore e risparmio espressivo. Mai la Zhao indulge nell’artificio e mai calca la mano per abusare di quel rapporto o per esplicitarlo a fini artistici. Lascia semplicemente che i due amici si rivelino senza filtri e alimentino, pur nella difficoltà, il piacere dello stare assieme e di condividere una passione (i cavalli, il rodeo). Lo stesso si potrebbe dire del rapporto di Brady con la sorella autistica, con il padre vedovo, o con gli amici del bar e del rodeo, gli stessi amici coi quali, a notte fonda, si avventura nella prateria per accendervi un falò e recitare una preghiera Sioux. Poco alcool, poche donne, e solo un po’ di fumo. Sono ragazzi-uomini che coltivano sogni minori ma non impossibili, sogni che hanno un legame diretto con la loro, di realtà, non quella che altri vorrebbero cucir loro addosso (nel film, ad esempio, non c’è l’ombra di un cellulare o di un computer; a questi ragazzi non passa neanche per la testa che la realtà possa essere elusa o condivisa su Facebook). Sognano di una sgroppata con un cavallo capace di reggere il galoppo, oppure sognano del prossimo rodeo, se mai riusciranno a non farsi disarcionare dal puledro di turno. Sogni accessibili, proiezioni che li aiutano a dare un senso alle loro vite. E se poi questi sogni non avranno gambe (se toccherà, cioè, rinunciare ai rodeo), li si sostituirà con qualcosa più alla loro portata. È gente tosta, dignitosa, disposta ad accettare tutto dalla vita, ma che non ama indulgere nel vittimismo.

The Rider è uno dei più bei film visti quest’anno. Brady Jandreau vi riempirà il cuore. Lui, la prateria, i suoi amici e i suoi cavalli selvaggi. Quanto a Chloé Zhao, è una regista che ha del coraggio, oltre che lo sguardo e il tocco degli artisti di razza. Davvero curioso che a restituirci il fascino del vecchio west e la muta fierezza dei cowboy sia arrivata all’improvviso una regista donna, nata a Pechino, senza alcuna dimestichezza con speroni e filo spinato, o meglio, scordiamoci pure gli speroni, dal momento che Brady Jandreau ha sangue Sioux nelle vene e predilige la monta a pelo (che vuol dire, ho poi scoperto, cavalcare senza sella e staffe, a immagine e somiglianza dei suoi antenati nelle praterie). Non lo si vedrà probabilmente alle nostre latitudini, The Rider, ma segnatevi da qualche parte il titolo. È uno di quei piccoli-grandi film di cui sarebbe bene non smarrire le tracce.

 

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