Una finzione al quadrato

Quando il cinema si proietta nei romanzi

di Paolo Taggi

Phlippe Delerm ha scritto in Il primo sorso di birra che al cinema non ci riveliamo ma andiamo per nasconderci: Cala l'oscurità, si illumina l'altare. Ci mettiamo a galleggiare, pesci dell'aria, uccelli dell'acqua. Il corpo si intorpidisce e diventiamo campagna inglese, strada di New York o pioggia di Brest...

Fantasmi Urbani: acquerello di Severino Salvemini
Fantasmi Urbani: acquerello di Severino Salvemini

Tra le pagine dei libri i personaggi, invece, scegliendo un film piuttosto che un altro, andando in una sala à la page piuttosto che in una d'essai, si rivelano. A volte cercano un inizio tra le righe di un film, altre volte sfuggono a un finale. Si perdono guardando il cono di luce che va dalla cabina allo schermo e si ritrovano grazie al buio sempre imperfetto della sala. Si meravigliano nelle sale incantevoli degli anni d'oro oppure si infilano tra le tappezzerie e i muri scrostati dei cinema rifugio dei clochard. Sono lì per far passare due ore o per ritrovare una vita. Incantati da una "felicità che costa così poco", nella speranza che dall'intreccio di due mondi di finzione scaturisca una diversa realtà.

In poco più di un secolo, miliardi di persone hanno passato qualche ora al cinema. È naturale che lo facciano anche gli eroi dei romanzi. La letteratura del Novecento -e del 2000- è uno sterminato catalogo di personaggi innamorati, incuriositi, attratti, ispirati dai film. Ogni volta che un personaggio di romanzo va al cinema, la letteratura si appropria del film, in un gioco di immaginazione al quadrato. Nei film che si trovano nelle pagine dei romanzi il racconto segue una doppia linea narrativa. L'attenzione si sposta continuamente da chi è visto a chi guarda e poi ancora più in là fino a chi - lo scrittore- ha immaginato entrambi.

Il cinema condensa le emozioni. I romanzi le sciolgono dentro storie di personaggi verosimili, i quali vanno al cinema per rendere ancor più verosimile quello che stanno vivendo.

Succede quasi in ogni romanzo. Nei gialli intrisi di soledad di Francisco Viegas (Lontano da Manhaus e Il mare di Casablanca). Ne I detective selvaggi di Roberto Bolano. Ne I fratelli Fiedland di Kehlman e ne La fortezza della solitudine di Lethem; in Furie, Shalimar il clown e molti altri romanzi di Rusdhie. In Città in fiamme di Garth Risk Halbert, ne La storia dei sogni danesi di Hoeg, ne Il secolo delle nuvole di Philippe Forest. Nei romanzi di Isabel Allende, Auster, Benacquista, Barnes, Benedetti, Carrère, Chandra, Coe, DeLillo, Dyer, Drury, Ernaux, Estevez, Nove, Marquez, fino a Wallace e Zafòn...

C'è sempre il cinema. E spesso si stabilisce un gioco di specchi fra le due finzioni. In Bargain Cinema di Jay Sheckley una coppia di bravi ragazzi ogni sera, mano nella mano, si reca nella piccola sala a due passi da casa, senza neppure guardare i manifesti. Una sera si trova di fronte a un (immaginario) film italiano, Ampiezza che descrive la storia di un amore totale, che conduce gli amanti a sacrificarsi l’un l’altro. Usciti dalla sala, i due innamorati si accorgono di aver cercato, fino a quel momento, solo un piano per vivere e morire. Finalmente il cinema glielo ha regalato. Così diventano gli interpreti, nella vita, di una storia doppiamente inventata. Da quel momento dialogano con frasi prese in prestito dal film e due settimane vanno incontro al destino tragico che il film gli ha indicato: Quello, entrambi lo sapevano, era vero Amore. Quella era Magia, quello era Incanto: intimità e rischio. I loro destini erano legati a doppio filo dal patto che avevano stipulato. Era più che fare l'amore... quella era una cosa che avrebbero fatto una volta sola... e soltanto con l'altro.

Le sale cinematografiche

John Bickerson Bolling, detto Binx, più santo che eroe, è il protagonista di L'uomo che andava al cinema di Walker Percy. Più che per vedere un film, lui va la cinema per conoscere la sala, la gente che ci lavora, gli odori, altrimenti si corre il rischio di scivolare nello spazio e nel tempo. Appena un film finisce pensa già alla prossima volta in cui entrerà in una sala. Un giorno legge che è in programma un western nella sala di Freret Street, dove quattordici anni prima ha visto Alba fatale. Anche quella sera c'era un western. Per questo ci ritorna. Per portare a termine quello che definisce un esperimento di ripetizione. Operazione riuscita: all'uscita ritrova l'odore di ligustro e le bacche di canfora scoppiettano ancora sotto i suoi piedi: Tutti i film, commenta, hanno l'odore di un quartiere e di una stagione.

Ci sono poi personaggi di romanzi che si recano al cinema per scampare alla noia o nell’illusione di poterla sconfiggere con esistenze fittizie: A furia di film, veniva l'alba. Arrivava da dietro le finestre, dietro le tende, che scuri non ce n'erano. Veniva di solito da un'alba opaca, sugli occhi insonni intrisi di sogni, un'alba che non metteva voglia di alzarsi. Un'alba che lasciava orfani dei film e pieni di propositi. Ogni cosa nella vita avrebbe dovuto essere come scritta in quelle battute... a saperle dire! (Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine).

C'è inoltre chi va la cinema per ritrovare un amore perduto: in Il popolo del cinema di Robert Bloch, Jimmy Rogers abita in Sunset Boulevard, ma vive al Film Muto, dove proiettano i film che ha interpretato. Jimmy non va al cinema per rivedere se stesso. Ma per rivivere. E per ritrovare June, la sua fidanzata, uccisa da una giraffa rudimentale durante le riprese di uno dei primi film sonori. Solo là, sullo schermo, può ritrovarla. Una presenza fuggitiva, fantasmaticamente vera. Quando lui muore, al cinema, rivedendo i suoi film, sul grande schermo la pellicola sta proittando l'immagine di lui e June, che si salutano, mano nella mano.

Gli scrittori sudamericani si divertono a mescolare le carte. Paco Ignatio Taibo immagina l'incontro tra Pancho Villa, Biancaneve e i sette nani. Soriano tra Stanlio, Ollio e Marlowe. Nel grandioso racconto Secolo del vento Eduardo Galeano riunisce Bunuel, Hollywood, Brecht, Marilyn,  Rita Hayworth, Buster Keaton, ma soprattutto Chaplin, il suo preferito.

L'ultimo ballo di Charlot
L'ultimo ballo di Charlot Mariarosa Mancuso intervista Fabio Stassi (Archivi RSI, 2013)

C'è un'eco latinoamericana anche nella scrittura dell'italiano Fabio Stassi, nel suo L'ultimo ballo di Charlot, ma soprattutto in È finito il nostro carnevale. Rigoberto Aguyat Montiel, anarchico senza patria e nemico dell'ordine costituito, ruba due volte la Coppa Rimet. Nel suo percorso pieno di occasioni luminose in cui incontra Hemingway e Django Reinhardt, Orwell e Vinicius de Moraes ricorda come unici momenti di normalità i giorni passati in un cinema di Marsiglia: Erano i tempi di Fred Astaire, di Myrna Loy, di Clark Gable. Mi sembrava impossibile che, mentre l'Europa marciava a passo d'oca verso l'inferno, dall'altra parte dell'Oceano tutto scorresse invece liscio, e si girassero commedie, e si ballasse il tip tap.

Gli scrapbooks dei fotogrammi perduti

La memoria che fa riaffiorare in un romanzo la sequenza di un film (o di un momento passato al Cinema) non può essere neutrale. I film sono scrapbooks. Ritagli da incollare sulle pagine dedicate ai ricordi. Elementi di un passato da ricordare, per poter proseguire nel proprio percorso esistenziale. Qui di seguito, tre esempi.

La regola numero 3 del filmopatico descritto da Mario Soldati in 24 ore in uno studio cinematografico recita: Ricordarsi, per ogni film, i nomi dei protagonisti e (negli stati avanzati del male) degli attori secondari; discutere rabbiosamente con gli altri ammalati dell'esattezza di questi ricordi.

In Breve lettera del lungo addio di Peter Handke i due protagonisti, consapevoli della distanza incolmabile che si è creata tra loro, nell'ultimo incontro prima della separazione definitiva parlano di un film che in passato li aveva colpiti: The iron horse di John Ford.

Nel raffinatissimo La ricerca del giardino, Hector Bianciotti scrive: Non facciamo che vedere le cose attraverso altre, che a loro volta abbiamo visto attraverso altre ancora, e così, fino all'infinito.

Il domino delle somiglianze

I personaggi letterari spesso usano i riferimenti cinematografici per diventare reali. Non potendosi paragonare, se non in casi eccezionali, ad altri personaggi letterari, i nuovi eroi di romanzo si riconoscono dentro modelli mutuati dai film: Hai ragione. Ho visto questi bastardi di Easy Rider, ma non credevo che fossero reali. Non così reali. Non a centinaia (da H.S. Thomson, Paura e disgusto a Las Vegas).

Paragonare un personaggio di romanzo al professor Keating o a Forrest Gump è una scorciatoia sicura. Un domino di somiglianze che richiama un'enciclopedia ampiamente condivisa, se non universale. Paragonato a un personaggio da film, il protagonista di un romanzo acquista tridimensionalità. Ma anche il modello originale diventa ancora più reale.

Così il cinema ha offerto a numerosissimi romanzi una fucina di identità surrettizie, spesso intercambiabili, qualche volta definitive, altre volte offerte solo per procura. I personaggi di romanzo si trovano così ad essere la citazione involontaria, di qualcun altro, che forse non conoscono neppure:

-Devo confessarle una cosa terribile, Jack.
-Cosa?
-Non siamo originali. L'ha già fatto Woody Allen in
Provaci ancora Sam. A lui appariva Humphrey Bogart.
-Chi è Humphrey Bogart?
-Un attore.
(da Cinebrivido di Josè Pablo Feinman)

 
Condividi

Correlati