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I dischi storici del jazz

Milt Jackson & Ray Charles: “Soul Brothers” (1958)
Milt Jackson & Ray Charles: “Soul Brothers” (1958)

L’album Soul Brothers segna la collaborazione ad altissimo livello di due musicisti che alla fine degli anni ’50 erano orami al top della notorietà, in ambiti diversi. Sotto contratto con Atlantic dal ’52 Charles aveva messo a segno una serie di successi singoli (I got a Woman, tutti), ma solo nel 1957 aveva pubblicato il suo primo album. La sua musica era ancora impregnata di jazz, tant’è che il disco The Great Ray Charles era un puro strumentale dove si cimentava unicamente al pianoforte. Non c’è da stupirsi dunque che l’anno successivo pubblichi insieme a Milt Jackson Soul Brothers, raccolta che sarà poi bissata nel ’61 da Soul Meeting. Il vibrafonista era certo uno dei cuori pulsanti di un gruppo, il Modern Jazz Quartet, che a suo modo stava segnando un’epoca, ma ciò non gli impediva di sviluppare parallelamente un altrettanto prestigiosa attività indipendente. A Soul Brothers, registrato tra la fine del ’57 e l’inizio del ’58, collaborarono tra gli altri Billy Mitchell al tenore e il chitarrista Kenny Burrell, con una ritmica stellare composta da Oscar Pettiford al basso e Connie Kay alla batteria. Curioso tra l’altro ascoltare Charles in un brano anche al sax alto e Milt Jackson cimentarsi pure al pianoforte.

Jimmy Smith: “Back At The Chicken Shack” (1960)
Jimmy Smith: “Back At The Chicken Shack” (1960)

Registrato nel 1960 dal mitico Rudy van Gelder e pubblicato solo qualche anno più tardi, l’album “Back at the Chicken Shack” (accreditato come da copertina all’"incredibile Jimmy Smith") è certamente uno dei manifesti del soul jazz. Ritroviamo qui tutta la maestria dell’organista, capace di cavare le sonorità più diverse dal suo strumento, il sassofonista Stanley Turrentine al debutto, lo scafato Kenny Burrell alla chitarra - che sarà uno dei protagonisti del genere, e il batterista Donald Bailey. Uno dei tanti tasselli che fecero la fortuna della Blue Note in quel periodo.

Kenny Burrell & Jimmy Smith: "Blue Bash" (1963)
Kenny Burrell & Jimmy Smith: "Blue Bash" (1963)

La combinazione organo Hammond-chitarra è un classico del rhythm&blues e del rock, ma anche nel jazz ha dato frutti pregevoli. Oltre ai memorabili dischi con Wes Montgomery, l’organista Jimmy Smith lavorò a lungo con Kenny Burrell. A loro nome uscì nel 1963 il disco Blue Bash! una raccolta che li vede attorniati dal batterista Mel Lewis e dai bassisti Milt Hinton e George Duvivier. E’ il blues anche qui a farla da padrone, con alcuni originals dei due titolari e, tra gli standards, una curiosa ripresa di Fever, la canzone resa celebre da Elvis Presley.

Nina Simone: “Sings the blues” (1967)
Nina Simone: “Sings the blues” (1967)

Semplicemente imperdibile! Nina Simone all’apice della sua arte, in un album del 1967. Una manciata di brani memorabili, dal classico My Man is Gone, all’original Backlash Blues dedicato alla lotta per i diritti civili; da altre sue composizioni alla ripresa di House of the rising sun, ad altre cover di oscuri blues poco noti. Registrato durante una delle fase più produttiva della sua carriera, l' album che non sfrutta la moda del tempo e si teine lontano dalla ricerca di una grande compagine di artisti. Basta la bellissima voce della Simone, il timbro gentile di un organo e una pulsante sezione ritmica.

Freddie Hubbard: “Red Clay” (1970)
Freddie Hubbard: “Red Clay” (1970)

Red Clay è il titolo di un album che il trombettista Freddie Hubbard diede alle stampe nel maggio del 1970. È uno dei primi dischi dell’etichetta CTI con la produzione di Creed Taylor, che contibuì a dargli quel tono decisamente soul e funk che caratterizzerà parte della produzione jazz dei primi Seventies. Con il trombettista ritroviamo nell’organico nomi di prima grandezza quali Herbie Hancock e Ron Carter (due ex Miles), Lenny White alla batteria e Joe Henderson al tenore.

Paul Motian: “Psalm” (1982)
Paul Motian: “Psalm” (1982)

Il batterista Paul Motian, noto per essere stato membro di una delle edizioni più riuscite del trio di Bill Evans e del primo trio di Keith Jarrett, iniziò una carriera discografica da leader nei primi anni ’70 con la ECM. Psalm, del 1982, è la sua quinta pubblicazione e vede nel cast due musicisti ai loro esordi: Bill Frisell e Joe Lovano. Leggenda vuole che fu Pat Metheny, che avrebbe dovuto essere della partita ma impedito da precedenti impegni presi, a consigliare a Motian il giovane chitarrista. Con Frisell e Lovano il batterista fonderà poco dopo un rivoluzionario trio che segnerà il jazz degli anni ’80. La formazione di Psalm, che contiene otto composizioni dello stesso Motian, è completata da un secondo sassofonista, Billy Drewes, e dal bassista Ed Schuller.

Lester Bowie’s Brass Fantasy: “I only have eyes for you” (1985)
Lester Bowie’s Brass Fantasy: “I only have eyes for you” (1985)

La Brass Fantasy del trombettista Lester Bowie è stato uno dei gruppi di punta del jazz statunitense degli anni ’80. Attiva in parallelo agli impegni del leader con gli Art Enseble of Chicago, la Brass Fantasy combinava la musica per marchin’ band tipica della Louisiana e di New Orleans, il blues, lo swing, il pop e la libera improvvisazione. Un mix esplosivo di sonorità documentata in una manciata di album di rilievo. Uno di questi è I only have eyes for you , primo disco della formazione pubblicato da ECM nel 1985. In un gruppo di soli ottoni completato da una batteria, spiccano qui i nomi di Steve Turre al trombone, Bob Stewart al tuba e Philip Wilson alle percussioni.

Edward Vesala: “Ode To The Death Of Jazz" (1989)
Edward Vesala: “Ode To The Death Of Jazz" (1989)

Edward Vesala (1945-1999) è stato un percussionista e compositore finlandese, uno dei più visionari musicisti dell’avanguardia jazz scandinava venuta alla ribalta tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70. Dopo le collaborazioni con il connazionale Juhani Aaltonen lavora nel trio di Jan Garbarek e in un gruppo con il tedesco Peter Brötzmann. Con il trombettista polacco Tomasz Stanko inizia nel 1974 un fertile sodalizio che durerà decennio. Lo stesso anno Vesala debutta su ECM con l’acclamato Nan Madol e fa il bis nel ’76 con Satu: due lavori che gli aprono le porte di una notorietà internazionale che lo condurranno a New York e alle collaborazioni con Archie Shepp, Paul Bley, Chick Corea e diversi altri. Fonda l’etichetta discografica Leo per la quale pubblicherà molti lavori suoi e di altri musicisti emergenti europei. Dal 1984 dirige un suo personale workshop con giovani musicisti finlandesi, i migliori dei quali saranno poi coinvolti nel suo gruppo Sound & Fury, citazione dal Macbeth shakespeariano. Con questo marchio tornerà ad incidere per ECM dalla metà degli anni ’80 e fino alla prematura scomparsa nel 1999. Ode to the dead of jazz, al di là del tono polemico, è in realtà un ardito e fiero manifesto contro il conformismo che secondo Vesala (e non solo) stava marcando la scena musicale in quei secondi anni ’80.  Registrato nello studio di Vesala a Helsinki, accanto al leader alle percussioni troviamo alcuni tra i nomi emergenti della scena finlandese di allora, tra gli altri i sassofonisti Jorma Tapio e Jouni Kannisto, il chitarrista Jimi Sumen, il bassista Uffe Krokfors e l’arpista e pianista Iro Haarla, sua compagna d’arte e di vita.

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