Yayoi Kusama, oggi
Yayoi Kusama, oggi

Yayoi Kusama

Tra pois, allucinazioni e ansia di infinito

Per chi crea, tutto è una scommessa, un salto verso un mondo inesplorato. Come migliaia di artisti prima di me, ero attirata verso la cima di una montagna che non era ancora stata scalata. Se ne avessi conosciuto l’altezza, la mia vita sarebbe diventata grigia l’indomani stesso.

Così, nell’autobiografia Infinity Net (Johan & Levi, 2013), Yayoi Kusama racconta i suoi primi, fragili passi nella vorticosa New York a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta. Con fatica e determinazione, questa veterana dell’arte contemporanea giunta alla venerabile età di 90 anni ha conquistato più di una vetta, tanto da essere attualmente considerata una delle artiste contemporanee più influenti nonché l’artista donna vivente più venduta al mondo.

Oggi, migliaia di persone fanno la coda fuori dai musei per visitare le mostre di Yayoi Kusama e per immergersi nelle sue ipnotiche installazioni fatte di specchi, luci e pois, ma la sua non è stata un’ascesa facile, tutt’altro: ha dovuto affrontare rifiuti, aspre critiche, censure e persino arresti, soprattutto nella sua odiata/amata terra natia. Nonostante ciò, Kusama non si è mai arresa, ha sempre lottato per affermarsi come artista per un semplice quanto fondamentale motivo: è stata l’arte a tenerla in vita. Al pari di altre grandi personalità del Novecento, come Louise Bourgeois e Carol Rama, anche Yayoi Kusama ha seguito tenacemente la sua vocazione trovando nell’arte uno strumento salvifico, una terapia, un modo per dominare paure e ossessioni.

Ho trasformato i miei traumi in arte, è solita dire la “regina dei pois”, come viene comunemente chiamata. Quei pois, che potrebbero far pensare di primo acchito a un’estetica frivola e superficiale, sono espressione di un’attitudine creativa straordinaria e inarrestabile. Kusama è stata una protagonista speciale dell’avanguardia newyorkese anni Sessanta-Settanta e tuttora, sebbene risieda volontariamente da oltre quarant’anni in un ospedale psichiatrico, continua a dipingere nel suo studio situato a breve distanza.

Nata il 22 marzo 1929 a Matsumoto, tra le Alpi giapponesi, da una famiglia iper-tradizionalista che le impone un’educazione severissima, Yayoi Kusama soffre fin dall’infanzia di disturbi della personalità, ha allucinazioni visive e uditive, ansie ossessive. Turbata e a disagio, comincia a trasporre queste visioni su carta. Fin dai primissimi ricordi, mi sono sempre sentita prigioniera tra le pareti dei miei occhi, delle mie orecchie e del mio cuore […]. Questo qualcosa di sconosciuto e sinistro, che si nascondeva nelle pieghe del mio spirito, per molto tempo è tornato a perseguitarmi con accanimento, portandomi sovente a un passo dalla follia.

La pittura è l’unico sollievo per questo precoce tormento interiore. Ma in famiglia le sue aspirazioni artistiche non sono ben viste e le si prospetta un matrimonio combinato. Sono oltretutto gli anni della Seconda guerra mondiale e la giovanissima Kusama è costretta, insieme a tante altre sue coetanee, a cucire paracaduti in una fabbrica militare. Così, fin dalla tenera età, l’artista si chiede che cosa ci sia dietro quelle montagne che circondano la sua cittadina, sogna di oltrepassarle e andare altrove. E lo farà nel 1957. Con i risparmi cuciti nella fodera dei vestiti e duemila fra disegni e dipinti da poter vendere per tirare avanti, Kusama approda a New York, incoraggiata da un’artista di spessore come Georgia O’Keeffe, la sua prima e più importante benefattrice, che risponde con sincerità e gentilezza a una sua lettera impacciata, esortandola a lasciare il Giappone e a cercare fortuna negli Stati Uniti.

I primi tempi nella Grande Mela, però, sono fatti di stenti, delusioni e porte in faccia. Kusama, donna e per giunta asiatica, sola e vulnerabile, deve destreggiarsi in un sistema dell’arte ampiamente maschilista, razzista ed elitario. Qualche volta, quando mi sentivo triste, salivo sull’Empire State Building. […] In cima al più alto grattacielo esistente all’epoca sentivo di essere sulla soglia di ogni ambizione terrena, che ogni cosa era possibile. Un giorno, lì a New York, avrei stretto tutto ciò che volevo in quelle mie mani vuote. Lo desideravo furiosamente, con tutta me stessa. Il mio impegno per attuare una rivoluzione nell’arte era tale che sentivo il sangue ribollire nelle vene, e dimenticavo la fame.

Yayoi Kusama, anni '60
Yayoi Kusama, anni '60

Ancora una volta, è l’arte a infonderle forza. In un clima ostile, tra sintomi di depersonalizzazione, collassi nervosi e un paio di tentati suicidi, Kusama si dedica con fervore alla realizzazione dei suoi primi Infinity Nets, tele man mano sempre più grandi ricoperte di reti e di pois, e delle Soft Sculptures di forma fallica. Ossessione, accumulazione e iterazione caratterizzano queste personalissime creazioni che iniziano a destare l’attenzione e la curiosità di critici, galleristi e media. Pioniera di un’arte totalmente nuova, a cui guarderanno artisti del calibro di Andy Warhol, da lei definito mio buon rivale, Yayoi Kusama giunge presto a cimentarsi anche nell’arte ambientale, ideando installazioni e interi spazi in cui gli elementi ricorrenti dei pois e delle onde si propagano senza soluzione di continuità. Pois che nel periodo della cultura hippie vanno a posarsi anche su vestiti e corpi nudi, diventando cifra stilistica di irriverenti happening ad alto tasso erotico, inneggianti alla libertà sessuale e al pacifismo. Quei punti rossi, verdi o gialli potevano rappresentare la circonferenza della terra, del sole, della luna o di qualsiasi altra cosa a seconda dei gusti. Forme e significati non avevano importanza. Ciò che volevo affermare era che dipingendosi pois sul corpo quegli esseri umani si annullavano, tornavano alla natura universale. Nascono così i "Kusama Happenings": performance provocatorie che la minuta giapponese dai lunghi capelli corvini, insieme a una schiera di intrepidi collaboratori, organizza con audacia non soltanto nel suo studio e nelle gallerie, ma anche in contesti pubblici e istituzionali, dal Central Park al MoMA, per sfidare convenzioni e ipocrisie.

Negli anni Settanta, dopo aver esposto le sue opere diffusamente tra America ed Europa ed essere diventata una figura di spicco, Kusama torna nel suo Paese d’origine dopo una lunga assenza. Ma è uno choc: il Giappone è intriso di pregiudizi e maschilismo, e lei non è certo ben vista. Tutti, compresa la sua famiglia, la accusano di essere una vergogna per la nazione a causa della sua scandalosa pratica artistica. Il divario tra Tokyo e New York in termini di creatività e libertà espressiva è enorme. Ci vorranno anni prima che Kusama guadagni finalmente il meritato riconoscimento come artista anche in patria. Nel frattempo, i suoi disturbi cronici aumentano. Così, dal 1977, l’artista diventa per sua scelta ospite fissa del Seiwa Hospital a Tokyo, senza tuttavia abbandonare l’arte, bensì cominciando a dedicarsi anche alla scrittura di libri e poesie (L’ossessione delle violette, Persa nella palude, Doppio suicidio alla collina dei ciliegi, sono solo alcuni dei suoi scritti).

Nel 1993, inoltre, Yayoi Kusama rappresenta ufficialmente il Giappone alla Biennale di Venezia. Un traguardo che per lei assume un’importanza maggiore del solito, sia perché sancisce finalmente la sua definitiva accettazione e consacrazione anche in terra nipponica, sia perché ciò avviene a 27 anni di distanza dalla sua partecipazione non ufficiale alla Biennale del 1966, quando senza invito e senza alcuna autorizzazione allestì all’esterno dei Giardini una sorprendente installazione di sfere riflettenti, vendendole ai passanti a 1.200 lire l’una: un’azione brillante ed eversiva per l’epoca.

Muovendosi tra varie discipline, creando dipinti, happening, sculture, poesie, film, moda e design, nella sua lunga carriera Kusama ha dimostrato di essere un’artista poliedrica, energica e ambiziosa. Un percorso che è ben raccontato nell’appassionante film documentario della regista Heather Lenz, Kusama - Infinity.

Quella di Yayoi Kusama, insomma, è la storia di una fragile eppur coraggiosa donna giapponese che ha saputo combattere ossessioni, limiti e tabù grazie al potere curativo dell’arte. Una moderna “Alice nel paese delle meraviglie” che ha trascorso la sua esistenza in precario equilibrio tra allucinazione e realtà, tra il buio abisso e il vertiginoso infinito, e che ha potuto alla fine vedere riconosciuto il suo genio.

 
Francesca Cogoni
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