Altro che futuro

L'algoritmo è retrogrado, fossilizza il passato e nega l'oblio

di Mattia Cavadini

Mi prende d'improvviso una vaga voglia mare. Accendo il computer ed entro nella rete alla ricerca di una simpatica locanda les pieds dans l'eau. Prima, però, faccio il solito giro tra le ultime notizie, ed ecco che quel retrivo di un algoritmo, memore della mia ultima vacanza, mi propone soggiorni in châlet e alberghi in alta quota. Ma io non volevo andare al mare? Perché l'algoritmo mi impone la montagna? Nella home dei siti d'informazione, di spalla, si aprono finestre che pubblicizzano appartamenti in luoghi romiti. L'algoritmo è rimasto fermo alla mia ultima ricerca, incurante del fatto che io, frattanto, ho cambiato desiderio e destinazione.

Ma allora, cos'è 'sta storia che internet custodisce futuro? La verità è che il nuovo dio, l'algoritmo, non solo è sempre in ritardo, ma mostra anche un'indomita tendenza a voler fossilizzare il passato, a voler leggere il presente (e peggio ancora il futuro) su schemi e precomprensioni che riflettono comportamenti antecedenti e superati. Fosse solo che lui vuole mandarmi in montagna mentre io da qualche giorno sto accarezzando l'idea di ammirare il riflesso del sole sulle onde increspate, non sarebbe poi così drammatico. Il problema, però, è che l'algoritmo, sulla base dei dati in suo possesso, vuole inchiodarci alla nostra identità, come se l'identità fosse una cosa monolitica, anziché una tessitura di fili e relazioni (povero algoritmo, avesse letto Pessoa o Pirandello, oppure in ambito filosofico Fichte e Habermas, o la psicanalisi junghiana, la saggezza buddhista, forse, anche lui, si renderebbe conto dell'abuso). L'algoritmo, invece, non ha letto né esperito alcunché, ed è quanto di più retrogrado e pregiudizievole possa esistere: non consente il cambiamento, la rinascita culturale, il rinnovamento esistenziale. E questo è gravissimo. L’esempio più eclatante è la discriminazione a livello giuridico: gli algoritmi infatti, sulla base delle serie storiche, sono propensi ad assegnare un rischio maggiore di recidiva penale ai neri, anziché ai bianchi (concedendo a quest'ultimi una maggiore presunzione d’innocenza). Ed è così che una tecnologia che dovrebbe assicurare la massima terzietà rischia invece di essere più razzista della fallibilissima razionalità dell’uomo. Cui si aggiunge l'aggravante che le modalità di decisione algoritmiche non sono nemmeno interamente conoscibili.

L'algoritmo, però, non è solo retrogrado, è anche totalizzante. Più che una divinità, è un dittatore. Basti pensare che il 95% degli internauti viene costretto ad agglomerarsi attorno allo 0,03% dei contenuti online per effetto della gerarchizzazione delle notizie offerto dai motori di ricerca. Questa dittatura annienta le differenze. Un paradosso, giacché la rete era nata per favorire il confronto e la condivisione. Oggi, invece, manipola politicamente il consenso dei cittadini, rendendo più appetibili alcuni contenuti rispetto ad altri. Occorrerebbe, allora, un'etica dell'algoritmo, che contempli i principi della dignità e della non discriminazione. Un tema che è tornato alla ribalta in modo flagrante con il caso di Cambridge Analytica. Per sfuggire al determinismo totalizzante e retroriflesso dell’algoritmo, occorre rispetto per la libertà e per l’autonomia delle scelte dell'individuo. E il presupposto passa attraverso una tutela dei dati personali e un'umanizzazione della tecnica.

 

Ma c'è un altro elemento che mostra come la rete sia ostile al rinnovamento e tenda ad inchiodarci al passato. Questo elemento risiede nel fatto che la rete non dimentica. A prima vista potrebbe sembrare un pregio, ed invece non è così. Quando Kant, negli ultimi anni di vita, fu costretto a licenziare il suo vecchio domestico Lampe, dopo averne sopportato per lunga pezza i furti e le prepotenze, annotò nel suo diario: Memorandum. Febbraio 1802, d'ora in poi il nome di Lampe non dovrà più essere ricordato. L'aneddoto, nella sua banalità, si presta per riflettere sul fatto che il valore dell'oblio non è meno importante di quello della memoria. Spesso si enfatizza unilateralmente la memoria, scordando di enucleare le implicazioni positive anche dell'altro corno del dilemma. Ricordare e dimenticare vanno dosati all'uopo. Le due azioni sono necessarie e complementari. È importante ricordare per non commettere una seconda volta gli stessi errori (come, ad esempio, gli abomini della Shoah), ma è anche importante saper dimenticare, offrendo una seconda possibilità a chi ha espiato le proprie colpe. La rete, invece, non dimentica, conserva traccia di ogni nostra azione e parola. Questo aspetto è nocivo non tanto per il capriccio insoddisfatto di voler cancellare dalla rete affermazioni di cui ci vergogniamo (come numerosi personaggi hanno cercato di fare), ma è nocivo perché non consente una seconda chance a chi ha sbagliato. Il diritto all'oblio è necessario. Non nell'accezione di un abisso in cui tutto si perde, ma come capacità di conservare il ricordo senza trarre motivo d'odio e, soprattutto, riservando l'indignazione per le colpe del passato a coloro che hanno abitato il passato, anziché estenderla a chi abita il presente (e questo dovrebbe valere anche nel caso di una stessa persona, purché abbia espiato e si sia pentita).

Una delle sciagure del mondo di oggi è proprio il persistere di odii rinfocolati, o addirittura creati, dalla memoria, magari cinicamente manipolata per scopi politici. Internet e social network sono pieni di questi espedienti. Il diritto all'oblio, invece andrebbe garantito, non solo per rispetto verso chi vorrebbe scomparire discretamente, ai margini della società, dimenticato (scoprendo invece di essere stato dimenticato da tutti, forsanche da se stesso, ma non dalla rete, che conserva tracce del suo transito) ma, ad esempio, per consentire a molti giovani in cerca di lavoro di non dover rispondere di frasi scritte in modo inconsulto in età adolescenziale e consegnate alla rete. Dimenticare consente di restituire alle persone il punto da cui partire per costruire una nuova ed emendata personalità. Questo la rete non lo consente. La rete è imperitura, sino al punto, paradossale, di fare esistere persone morte (chiedendone l'amicizia), tenendo vive le colpe, alimentando i rancori, non consentendo la rinascita esistenziale.

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