Di streghe ed untori

Cosa si nasconde nella necessità di individuare un colpevole

In assenza di una spiegazione scientifica, nel vuoto di una cura, ecco che, disordinatamente ed in modo inconsulto, per giustificare il male che esiste senza una ragione, fra la gente fa breccia la modalità barbara ed inconscia di inventarsi un colpevole. Modalità per altro ben nota, rintracciabile a più riprese nel corso della storia, basti pensare alla caccia alle streghe, all’individuazione del capro espiatorio o (più recentemente) alla dietrologia complottista.

Un paio di esempi. A partire dall’anno Mille si propaga nel Vecchio Continente la cosiddetta “accusa  del sangue”, secondo la quale gli Ebrei sarebbero colpevoli di rapire i bambini per berne il sangue e compiere rituali di magia nera. Un’accusa che, tra emersioni e sommersioni, continua a circolare fino al Novecento, diventando, a seguito dei (falsi) Protocolli dei Savi di Sion, una delle basi dell’antisemitismo nazista.

La definizione degli Ebrei quali stregoni avvezzi a frequentazioni occulte e interlocuzioni diaboliche viene usata a più riprese nel corso della storia, per infamare e perseguitare un popolo considerato xenofobicamente come “diverso”, “selvaggio”, “immeritatamente ricco ed egemone”.

Va da sé che questo pregiudizio razziale torni alla ribalta in modo prepotente in presenza di epidemie incurabili, con lo scopo di addossare ad un gruppo di persone con un volto ed un nome la colpa dell’esistenza dal male, e di esorcizzare al contempo la paura oscura, quella paura che si trasforma in panico ed orrore allorché il genere umano si confronta con ciò che non conosce.

La riprova l’abbiamo con l’episodio della Peste Nera, che sbarca nel 1347 nel porto di Messina. Fin da subito la colpa del contagio viene addossata agli ebrei, accusati di avvelenare le fonti ed i pozzi. Alcuni di loro, sotto tortura, ammettono la fantomatica esistenza di un complotto che coinvolge ed implica l’intera popolazione ebraica. Si scatenano di conseguenza ondate di violenza in tutto il continente e il papa è costretto ad emanare una bolla in cui viene dimostrato che anche gli ebrei muoiono di peste e che, quindi, non possono esserne gli artefici.

La persistenza della peste
La persistenza della peste A cura di Clara Caverzasio (Archivi RSI, 2013)
 

Una persecuzione non dissimile, dal Cinquecento fino all’epoca dei lumi (allorché la Ragione interviene a mitigare gli impulsi irrazionali e le accuse non verificabili) subiscono le streghe. La “caccia alle indemoniate” determina la persecuzione (e in molti casi il rogo) a più di 35mila persone, soprattutto donne (ma anche mistici, eretici, emarginati, indios e selvaggi), accusate di diffondere malattie e di causare aborti. In realtà si tratta spesso di levatrici, prostitute o praticanti di riti medici o ascetici.

In occasione dell’epidemia del Seicento nasce poi la diceria dell’untore, secondo la quale la malattia si sarebbe propagata da alcuni misteriosi personaggi che se ne vanno in giro spargendo oli e polveri velenose su porte e vestiti. Molti innocenti vengono giustiziati a causa di queste voci, tra cui anche un antenato di Alessandro Manzoni, che dedicherà alla peste un affresco vivido nei Promessi Sposi e nell’inchiesta storica della Storia della Colonna Infame.

Tutti casi, questi, che dimostrano come l’istinto razzista (che è la faccia oscura e perversa del bisogno di appartenenza), emerga in modo prepotente di fronte a situazioni in cui la scienza si mostra muta, balbuziente, impotente. Come se per esorcizzare il silenzio della scienza e l’assenza di una cura al male, il genere umano abbia bisogno di un capro espiatorio cui addossare le colpe. Sotto sotto, probabilmente, agisce anche il processo psicologico del transfert, ovvero la necessità inconscia di riversare sentimenti ed emozioni (panico, paura, stress, ansia,…) da qualcosa di indefinibile (o pregresso) a qualcosa (qualcuno) di concreto, individuabile, molestabile.

È quanto sta accadendo ancora oggi di fronte alla nuova epidemia, dove la caccia al colpevole e all’untore assume spesso toni razzisti e si fa carico di rancori pregressi: e allora ecco che dall’Italia si levano accuse contro i cinesi mangiatori di topi, dall’Europa e dagli Stati Uniti la colpevolizzazione degli italiani come pasticcioni ed incapaci, e ancora dall’Italia  la ricerca di un germe del male in Germania, su cui riversare un astio pregresso, di matrice culturale ed economica. Il problema, infatti, non sta in una colpa etnica, semmai nella presenza di sistemi-nazione più o meno attrezzati (economicamente e sanitariamente) nell’affrontare l’emergenza (il rapporto infermiere/pazienti, il numero di posti letto, il numero di posti a terapia intensiva incidono del resto, come dimostrano molti studi scientifici, sull'indice di letalità di una malattia).

Aveva ragione Quasimodo, quando diceva: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,uomo del mio tempo”. E fa tristezza vedere come le dicerie e la ricerca di un colpevole abbiano da sempre il sopravvento sulle sole cose vere: ovvero che la colpa (di fronte a un male che viene, sempre che sia appurato, da fuori delle nostre responsabilità) non c’è o è in ognuno di noi; che i virus (come altre malattie) sono parte della vita, molti ci fanno vivere, altri ci logorano; che la scienza, per quanto sia evoluta nell’individuare le cure, è sempre in ritardo rispetto a malattie che insorgono o mutano di volta in volta (potendo solo anticipare, e a volte per sbaglio anche creare e diffondere, quelle che sperimenta in laboratorio).

Mattia Cavadini
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