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Filosofo de che?

Il pensiero rivoluzionario alla portata dei cani

di Marco Alloni

Sarei molto curioso di sapere quali siano le prerogative – o se vogliamo gli attributi – per venire considerati dei filosofi. I tempi congiurano infatti perché la nomea o qualifica di «filosofo» non venga negata a nessuno. Chiunque abbia contezza di qualche brandello di storia della filosofia, chiunque sappia destreggiarsi con le categorie del cosiddetto pensiero occidentale, ascende subito all'Olimpo della confraternita dei «filosofi».

E basta che un compiacente editore dia alle stampe una ricostruzione scolastica o accademica di quanto i filosofi reali hanno meditato nel corso dei secoli, che l'autore del prontuario viene subito ammesso nel rango dei propri maestri.

Così ecco solerti professori di filosofia dell'università o persino del liceo presentarsi al pubblico come «filosofi». Così ecco divulgatori di massa arrogarsi il diritto a venir qualificati «filosofi». E così ecco semplici sociologi o storici della filosofia aureolarsi del titolo di «filosofi» in barba a qualsiasi raccomandabile contegno.

 

Della filosofia come espressione di una inedita o originale concezione del mondo, il tempo della riflessione alla portata dei cani fa in effetti strame a beneficio di chiunque possa vantare d'aver formulato una visione delle cose filosoficamente connotata. E se laddove, fino a qualche decennio fa, Nietzsche o Husserl dovevano sudare sette camicie per dimostrare di avere un pensiero nuovo, oggi basta avere un pensiero a prescindere o aver pensato qualcosa purchessia, che già le porte della filosofia si spalancano al suo avvento.

Le masse, naturalmente, addestrate a ritenere De Crescenzo un filosofo e Canfora un sommo filosofo, seguono a ruota. E se qualcuno osa loro suggerire che di filosofi in senso pieno in Italia ne esistono ben pochi, protestano con veemenza: «Ma come, De Crescenzo ha portato gli italiani a conoscere il grande pensiero dell'Antica Grecia! E Giorello ci ha spiegato l'ateismo e la filosofia della scienza! E Flores d'Arcais cos'è la democrazia presa sul serio!»

Rilievi commendevoli, a loro modo persino sottoscrivibili. Senonché della filosofia in senso proprio, nelle opere di costoro e di altri inoppugnabili militanti del pensiero e della sua divulgazione, non v'è traccia. Molta erudizione ma nessuna personalità.

Ve n'è nei lavori di Cacciari e Severino, ve n'è nella visione di un Vattimo o di un Galimberti, ve n'è ovviamente nella visione di altri che hanno segnato tappe impreviste della riflessione filosofica. Ma in quanti la vulgata più generosa sembra aver eletto a portatori di una filosofia del nuovo, dispiace ricordarlo, non si trovano se non miseri scampoli.

Il pensiero debole

Il pensiero debole

Intervista a Gianni Vattimo (Archivi RSI, 1992)

 

O che cosa è da ritenere filosofia? Chi è da ritenere un filosofo? Colui che, prestando qualche raccogliticcio pensiero dal repertorio delle riflessioni altrui a indagini di natura giornalistica o sociologica, ci spiega filosoficamente come debba essere inteso il «salvinismo» o il «berlusconismo», la vocazione «anti-sistemica» dei Cinque Stelle o il «correntismo» dei piddini? O a livelli ancor più sofisticati, che ci illustra come debba essere interpretata filosoficamente la questione del testamento biologico o del femminismo, la misoginia o le coppie di fatto? Oppure come si debba congetturare filosoficamente sulle migrazioni dall'Africa o i treni ad alta velocità?

Saremmo e siamo ancora, in questo caso, nell'ambito della filosofia o piuttosto in quello che andrebbe più opportunamente chiamato giornalismo solo e pensoso?

Non ho naturalmente risposte adeguate alla sensibilità contemporanea. Mi chiedo soltanto se anche la filosofia, la vera filosofia, non stia oggi pagando di quella «barbarizzazione democratica» che tanto ripugna o dovrebbe ripugnare a chi ha sempre ritenuto il pensiero rivoluzionario – cioè la filosofia – qualcosa di eminentemente elettivo e sostanzialmente incompatibile con le esigenze di popolo e la sua immediata ricettività.

Poiché se è vero che tutta la cultura – a partire dalla letteratura – paga oggi di questi equivoci terminologici, la filosofia li paga forse su un piano ancora più estremo. E se poco grave è scambiare Volo o Moccia per degli scrittori, confondere Fusaro o De Crescenzo per dei filosofi forse è davvero l'apoteosi della decadenza: di quel tripudio della cultura a diposizione dei cani che fa ormai gridare a Van Gogh come a un mito persino la proverbiale massaia di Voghera.

La stessa che, leggendo il compianto autore di Così parlò Bellavista, erompe in un solenne: «Adesso sì che ho capito Anassimandro!»

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