Il cerbiatto e il cane

La storia straziante di un'utopia educativa

di Mattia Cavadini

La parabola taoista di Liu Tsung Yüan, scrittore cinese vissuto tra il 773 e l’839 d.C., è tra i testi più strazianti in cui il lettore curioso possa imbattersi:

Un uomo catturò un cerbiatto durante una partita di caccia. Con il proposito di addomesticarlo, se lo portò a casa. Sul portone, agitando la coda e abbaiando, gli corsero incontro i suoi cani. Il cacciatore, con il cerbiatto in braccio, ordinò ai suoi servi di trattenere i cani. Il giorno seguente andò al canile con il cerbiatto, la frusta stretta nella mano, e lo avvicinò alle bestie perché lo annusassero. E così tutti i giorni, finché non si abituarono al nuovo arrivato. Nel giro di poco, ignaro della sua vera natura, il cervo giocava con i cani. Li assaliva pieno d’affetto, correva, saltava in mezzo a loro, dormiva tranquillo accanto a loro. Per paura della frusta, i cani rispondevano alle carezze con carezze. A volte, tuttavia, si leccavano i baffi. Un giorno il cervo uscì di casa. Lungo la strada vide una muta di cani. Immediatamente corse a unirsi a essa, desideroso di giocare. Si vide subito circondato da occhi di sangue e da denti aguzzi. I cani lo uccisero e lo divorarono, lasciando le sue ossa sparse al suolo. Il cervo morì senza capire che cosa stesse accadendo.

Lo strazio è presto detto: educare alla bontà e alla convivenza, senza tener conto delle feroci e universali leggi della struggle for life, è esiziale. Chi si propone di farlo va incontro al pericolo di forgiare delle vittime predestinate che, una volta fuori dell’isola felice dello spazio educativo, vengono travolte dalla legge hobbesiana del bellum omnium contra omnes. Dar corpo a “isole educative”, al di fuori e in opposizione alle leggi sociali che regolano il rapporto fra le specie, è un progetto utopico. Per cui, verrebbe da dire, tanto vale educare alla crudeltà, se vogliamo preparare i nostri figli alla sopravvivenza sociale, dove vige la legge del mors tua, vita mea. Strazio nello strazio.

Ferruccio Cecco legge e commenta Malpelo - Archivi RSI 1996
Ferruccio Cecco legge e commenta Malpelo - Archivi RSI 1996

Vengono in mente due testi, che sembrano confermare questo strazio al quadrato: la novella Malpelo di Verga, e il perturbante romanzo di Agota Kristof Quello che resta. Nel primo, il rutilante protagonista, nel suo commovente moto di affetto verso il gracile Ranocchio, educa il suo amico alla vita sociale con queste parole: Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così coloro su cui cadranno ti terranno per da più di loro, e ne avrai tanti di meno addosso.
Similmente in Quello che resta, i due gemelli protagonisti si sottopongono ad atroci esercizi d’irrobustimento per far fronte al dolore che la vita ha loro riservato. Gli accenni alle deportazioni di massa aleggiano sul romanzo. Ogni fatto è raccontato con glaciale normalità, anche le bombe e la devastazione. Per abituarsi a questa gelida normalità i due gemelli si educano l’un l’altro con esercizi crudeli.

Ma davvero, se la realtà è crudele, non resta che emularne le regole, sviluppando una pedagogia negativa? Fosse così, si aprirebbe la strada al pessimismo più cupo, quel pessimismo che fa dire a Malpelo: se non fossi mai nato, sarebbe stato meglio.  Idea, questa, che accompagna la riflessione filosofica sin dai tempi della sapienza greca, come testimonia l'Edipo e Colono di Sofocle in cui viene detto che la cosa migliore è non essere mai nati e la seconda, una volta venuti al mondo, tornare là da dove si è giunti. Stesso concetto permea, d’altronde, il cristianesimo per mezzo della riflessione di Qoèlet: Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvagie che si commettono sotto il sole.

Ecco, dunque, lo strazio che la parabola di Liu Tsung Yüan porta in sé: educare alla bontà è fallimentare, per cui non resta che educare alla crudeltà, ma in questo modo la spirale dell’orrore si propaga senza fine. C’è, però, un residuo, uno spiraglio che, seppur strozzato, non va trascurato. Questo spiraglio sta nell’accettare la sconfitta, il fallimento, sta nell’assumersi la responsabilità di formare dei perdenti (non uomini di comando e di potere), ma non per questo rinunciare al sogno di dar corpo a “isole educative”, in cui cercare di riformare il contratto sociale, aprendolo a modalità non corrotte e non conflittuali di convivenza. Educare alla bontà è necessario, perché significa rompere la spirale della crudeltà e prospettare la possibilità di un mondo nuovo.  Non importa se questo mondo sia irrealizzabile e se il rischio sia quello di forgiare dei perdenti: si perda perché siam tre volte buoni e si vinca solo in sogni straordinari (cantava quel tale, in una notte da riempire). L’educazione all’utopia è necessaria, perché porta in sé una dimensione apocalittica, implica la salvezza non solo dell’individuo ma anche della collettività, rendendo ipotizzabile la felicità. L'utopia è un avvicinamento progressivo ad un’idea di perfezione che magari non si raggiunge mai, ma che non si rinuncia per questo ad inseguire.

 

 

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