La solidarietà a corrente alternata

Quando la narrativa sul «male» prevale sulla denuncia del «male»

di Marco Alloni

Cosa distingue un sentimento dalla retorica di un sentimento? Probabilmente quel certo grado di impudenza che tramuta la discrezione del sentimento – un sentimento di solito è tanto più nobile quanto più vissuto in solitudine – in esibizione di tale sentimento.

I tempi che stiamo attraversando annoverano un numero considerevole di casi di cosiddetto esibizionismo sentimentale: dall’estetica del dolore che i teleschermi riversano quotidianamente nelle nostre case alle manifestazioni di solidarietà istituzionale a vittime di tragedie naturali, né giornalisti televisivi né politici sembrano immuni dalla sindrome dell’impudenza. Al punto che quasi sempre nei luoghi delle tragedie sopraggiungono prima le telecamere dei corpi di soccorso.

Caso topico di questa tendenza a significare pubblicamente le proprie emozioni o il proprio spirito di solidarietà è quello delle «bandiere» poste in filigrana alle immagini dei «profili» Facebook. In questi anni ne sono imperversate di tutti i colori (è proprio il caso di dirlo): dalle bandiere francesi a seguito degli attentati a Charlie Hebdo e a Nizza, a quelle palestinesi in occasione di questa o quella recrudescenza del conflitto arabo-israeliano, alla scritta ormai trasversale Verità per Giulio Regeni dopo l’assassinio di Regeni e via elencando. Gesti di carattere simbolico e certamente necessari a significare un senso di indignazione altrimenti impossibile da rendere di dominio pubblico e quindi di interesse politico. Ma vale forse la pena spendere due parole sulla coerenza – o, meglio, sull'arbitrarietà – dell'uso di stemmi e bandiere per denunciare il male.

Ammesso – e in un certo senso non concesso – che «bandierizzare» il proprio sdegno, il proprio dolore o la propria solidarietà sia solo un atto di sensibilizzazione (e non viceversa un atto di inconsapevole o mal dissimulato esibizionismo sentimentale), la domanda naturale che si affaccia è: Secondo quale logica, secondo quale ordine di priorità, secondo quale imperativo morale o politico, culturale o filosofico, si decide di stigmatizzare un determinato abominio o una determinata tragedia e non un’altra? Ovverossia: Siamo certi che questi atti di espressione simbolica del proprio senso morale, della propria personale idea di moralità, non rischiano talvolta di esprimere una discriminazione che con la morale fa suo malgrado a pugni?

Ce lo si può chiedere in queste ultime settimane pensando a quel che sta accadendo nello Yemen o lungo i confini meridionali degli Stati Uniti. Non mi risulta che a fronte di una tragedia di portata apocalittica come quella del popolo yemenita o dei profughi dell'Honduras uno solo fra i «profili» Facebook, almeno di quelli di cui sono a conoscenza, esponga in filigrana la bandiera dello Yemen o dell’Honduras. Né mi risulta che la morte di tanti bambini yemeniti muova allo stesso sdegno che ha mosso l’assassinio di Désirée a Roma.

Yemen, il conflitto dimenticato
Yemen, il conflitto dimenticato Il servizio di Andrea Ostinelli (RSI, 29.08.2018)
 

Ora, perché e secondo quali stimolazioni emotive il «male» trova così tanti adepti e così tante prefiche laddove è «male» mediatizzato e così pochi adepti e così poche prefiche quando è viceversa soltanto «male» reale, cioè storico, cioè banalmente umano? Significa che non conta il male in sé ma la sua rappresentazione mediatica? O significa che laddove la rappresentazione mediatica non riesce a farsi narrazione sentimentale del «male», di tale «male» cessiamo di avere contezza e sentimento?

Sono domande che turbano. Non foss’altro perché problematizzano una questione che molti filosofi hanno cercato di trattare senza giungere mai a risultati definitivi: La realtà che ci coinvolge, la realtà su cui siamo pronti a spendere il nostro afflato sentimentale e il simbolismo delle nostre esternazioni di solidarietà, è dunque tale soltanto se provvista di una narrativa che la sottrae all’insignificanza? Non esiste più realtà ed empatia che prescindano dal racconto mediatico?

Certo, non si può soffrire sempre e per tutti. Ma si può dubitare quanto meno che parte della nostra sofferenza morale, a volte, ha qualcosa di beffardamente immorale. Non perché non sia vero il nostro sentimento nei confronti di queste o quelle vittime del «male», ma perché tante altre abbiamo «immoralmente» risparmiato al nostro sguardo.

Senza via d'uscita

Senza via d'uscita

Documentario di Danilo Catti

 
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