Le carote e il canone

Note a margine su Bloom e Tabucchi

di Marco Alloni

La recente scomparsa del critico Harold Bloom riapre il dibattito su quanto valore si possa attribuire alla parola «canone» in ambito letterario. Bloom gliene attribuisce uno assoluto, al punto da prestare al suo ponderoso volume sui massimi autori occidentali l’ambizioso titolo Il canone occidentale.

Personalmente sarei più propenso a non attribuirgliene alcuno. Non foss’altro perché la parola «canone» effonde il dubbio lucore dell’onniscienza e la sua definizione pretende una valenza di oggettività che mal si attaglia a quel principio (a mio avviso sacro) che è la fruizione soggettiva di ogni opera letteraria.

Come ogni canone, quello poetico ha trovato nei suoi «superatori» dei veri e propri maestri – pensiamo a quanto il «verso libero» abbia rivoluzionato la poesia moderna. Ogni cosiddetto «canone» critico è d’altra parte tanto più prezioso quanto più consente storicamente e individualmente di violare i confini che traccia. Il «canone » di Bloom in questo senso è il nostro miglior alleato per farne a meno e ribadire l’irriducibilità del mistero letterario a qualsivoglia inconfutabilità.

Certo, nessuno nega che la Storia abbia stilato nei secoli una «classifica ideale» – più ideale che reale – dei cosiddetti maestri della letteratura occidentale. E nessuno si sognerebbe di levare da tale scranno Dante, Shakespeare, Goethe o Joyce. Ma questo, che è un gioco all’elezione fin troppo facile, non leva alla questione la sua complessità: che storicamente e individualmente queste verità “canoniche” non hanno alcun valore oggettivo.

Antonio Tabucchi, in un libro-intervista che stilammo qualche anno fa insieme, La vita imperfetta, sintetizzava tale «rifiuto del canone» in due passaggi riferiti l’uno a Cervantes e l’altro a quel fenomeno imperscrutabile che è l’individualità del fare poetico. Diceva a proposito di Cervantes (a riprova che i «canoni» sono categorismi storicamente volubili):

Il Don Chisciotte nasce come romanzo burlesco, come antinovella cavalleresca del Seicento. Ma nel Settecento gli illuministi lo leggono come confronto fra illusione e realtà, tra ragione e follia (il che fra l'altro è anche vero). E nell'Ottocento, con il Romanticismo, don Chisciotte diventa il perfetto eroe romantico, colui che insegue gli ideali perduti, la libertà e la giustizia. E nel nostro secolo di utopie diventa l'utopista per eccellenza, l'uomo alla ricerca di un mondo migliore. Ma con Freud e le letture psicoanalitiche il personaggio si complica ancora di più: desiderio, libido, inconscio, sogno. Oggi non possiamo prescindere, leggendo il Don Chisciotte, da tutte queste letture.

Quanto alla dimensione strettamente individualistica della letteratura ecco a cosa ci esortava a pensare Tabucchi contro ogni pretesa di richiamare la letteratura agli assoluti o alle sue presunte qualità ultime:

Supponiamo che uno scrittore in quel determinato momento provi un vero desiderio di scrivere per gli esclusi della Storia. Deve farlo. Se non lo fa tradisce se stesso. Se invece (perché questo gli piace, o perché sente che è il suo desiderio più profondo) ha voglia di descrivere il paesaggio che si vede dalla sua finestra (poiché lì ci sono dei fiori e sta arrivando la primavera) o ancora, di parlare del proprio orto, perché nel suo orto ha seminato carote, e in quel momento le carote occupano i suoi pensieri, è giusto che parli delle carote. Se in quel momento, lui che ha i pensieri occupati dal proprio orto e dai fiori che vede davanti a sé, si obbligasse a scrivere sugli esclusi della Storia, scriverebbe un testo falso.

Da parte mia non ho dunque esitazioni: se dovessi schierarmi con la volubilità storica e individuale della letteratura e dei suoi misteri, o viceversa con chi vorrebbe arginarli entro questo o quel «canone», mi schiererei con Tabucchi e il suo «ecumenismo».

Non significa che mi schiererei contro l’ipotesi o la sensatezza in astratto di un canone. Ma significa che pensando alla letteratura non la potrei immaginare se non nella magica coincidenza di Storia e individualità, laddove una carota può contare come il Faust e laddove un’epoca intera può decidere di ignorare Leopardi per rivalutarlo solo un secolo dopo. Quell’epoca e quella carota hanno infatti una sacralità che nessuna oggettivazione del fatto letterario potrà mai annullare.

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