Antonello da Messina, L'Annunciata, 1476 (part.)
Antonello da Messina, L'Annunciata, 1476 (part.)

Tacet

Una parola e Dio è perduto

di Mattia Cavadini

Come parlare di Dio se qualsiasi parola che lo affermi, per ampia, elevata, profonda che sia, appare impropria? E non solo la parola che lo afferma appare incongrua, ma anche il discorso che lo nega risulta inadeguato: dire “Dio non è”, così come dire “Dio c'è” riduce la sua possibilità e nega la sua radicale Alterità.

Sull’assoluta Alterità di Dio si sono espressi in molti: mistici antichi (Eckhart), teologi novecenteschi (Barth), filosofi contemporanei. Tra questi ultimi, il più acuto è Vincenzo Vitiello, professore ordinario di filosofia teoretica all' università di Salerno. La tesi di Vitiello è affascinante: Dio è mistero, non solo mistero per noi ma mistero anche per se stesso. Proprio per questo, di fronte a Dio, bisogna sospendere ogni presunzione non solo di negazione ma anche di affermazione. E, anzi, proprio l'affermazione di Dio, che oggi campeggia nella pubblicistica, nella moda, nella comunicazione, è quella che più nuoce a Dio, perché lo allontana dalla sua essenza misteriosa, consegnandocelo in forme umane, troppo umane per essere proprie di quell'Alterità ineffabile che è prerogativa di Dio.

Dio è mistero
Dio è mistero Vincenzo Vitiello, filosofo (Archivi RSI)
 

Dio, essendo mistero, è indicibile, non riducibile alle nostre affermazioni. Dio è oltre l'umano, oltre ogni possibile conoscenza. In questo senso il mistero di Dio non è, come si tende spesso a credere, l'opposto di ciò che è umano. Non è semplicemente la trascendenza in opposizione all'immanenza, la metafisica in opposizione alla fisica, il soprannaturale in opposizione al naturale, l'infinito rispetto al finito. No, questi sono modi ancora umani, troppo umani per definire il mistero. Modi che si fondano su delle contrapposizioni logico-razionali, mentre il mistero è in realtà oltre ogni definizione, inafferrabile alla logica e alla parola.

Dio è oltre il pensiero
Dio è oltre il pensiero Vincenzo Vitiello, filosofo (Archivi RSI)
 

Il mistero di Dio, afferma Vitiello, è oltre la conoscenza, oltre ogni possibile conoscenza. Oltre la parola, anche oltre la Sua parola, oltre il verbo. Il Vangelo stesso è, secondo Vitiello, mistero, che non attende risposte e che è incomprensibile alla logica umana. L'emblema di questa incomprensibilità è il grido che Gesù (sulla Croce nell'ora nona) lancia verso il silenzio del Padre, il quale, essendo Altro, non può rispondere neanche a suo figlio, neanche a se stesso incarnato nel figlio.

L'alterità radicale
L'alterità radicale Vincenzo Vitiello, filosofo (Archivi RSI)
 

Parlare di Dio per Vitiello significa parlare di un Dio che è altro anche rispetto a se stesso. Di qui la sua indicibilità. Questo essere altro rispetto a se stesso rende impossibile ogni definizione, ogni tentativo di appropriazione. Dio non è catturabile nelle maglie delle nostre pretese umane. Del resto, nell’atto stesso di presentarsi come verità, Dio si presenta in forma di domanda, dicendo ai discepoli: E la gente chi dice che io sia, e voi chi dite che io sia? Questa domanda non può essere elusa semplicemente con la risposta di Pietro. Nonostante la risposta, Dio infatti resta una domanda, un mistero. Occorre approssimarvisi senza violarne la sua abissale alterità.

Essere veramente religiosi, secondo Vitiello, significa rispettare il mistero di Dio che si presenta sempre come domanda, come soglia mai varcata. Riconoscere che tutte le nostre preghiere, le nostre più alte preghiere, sono tutte blasfeme nei confronti di Dio, riconoscere che siamo tutti deficienti di Dio, significa instaurare un legame effettivo col sacro e significa instaurare un legame di fratellanza con tutti gli esseri viventi, indipendentemente dalla fede, un legame molto più profondo che non quello delle parole. Perché in questa deficienza, siamo tutti fratelli.

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