Ed io non voglio più essere io!

La lucida ironia di Guido Gozzano tra poesia e prosa

di Franco Brevini

Mentre l’Europa viveva uno dei peggiori anni della Prima guerra mondiale, nel 1917 videro la luce due libri che riproponevano il nome di uno scrittore scomparso un anno prima: Guido Gozzano.

 

Entrambi i testi, "I colloqui" "Verso la cuna del mondo", cioè la più matura raccolta di versi e il reportage dall’India, parlavano al lettore della malattia, la tubercolosi, con la quale lo scrittore piemontese aveva amaramente scherzato per tutta la vita.

 

Il crepuscolarismo, di cui fu il capostipite, con la sua scoperta tematizzazione della crisi dei valori, sembrava avesse colto, con il sismografo sensibilissimo di cui solo i poeti dispongono, le ragioni dello scivolo lungo il quale la società europea stava precipitando verso la catastrofe.

 

Rileggere oggi i grandi testi di quello che da alcuni è a ragione considerato l’ultimo grande classico, mentre da altri il primo dei moderni, significa trovarsi di fronte a diagnosi di quel malessere che invano le orchestrine della "Belle Epoque" avevano cercato di soffocare.

 

Il viaggio verso la morte da lui tematizzato è in fondo il viaggio di tutta una società che ha perso la bussola della storia.