Gabriel Garçia Marquez (Keystone)

Gabriel García Márquez

Il genio di Aracataca-Macondo

di Mattia Cavadini

Gabriel García Márquez, morto il 17 aprile 2014, non è morto. Ogni tanto mi volto e lo vedo, sornione, che mi guarda, con occhi sorridenti sopra i suoi baffoni. Un po’ come i suoi personaggi, che affiorano e affondano, per poi riaffacciarsi; che vivono anche dopo morti, adempiendo al loro destino di “futuri trapassati”. Un po’ come la sua scrittura che procede come un flusso, in cui si entra, ci si perde (basti pensare alla genealogia della famiglia Buendìa) senza più uscirne.

García Márquez ha imparato l’arte affabulatoria dalla nonna, che parlava indistintamente con i vivi e con i morti, che amava i dettagli sino a perdersi nei loro meandri, che raccontava storie fantastiche, magiche, assurde, contagiando il nipotino. Il quale, in Cent’anni di solitudine, le rende tributo: Andavamo da città del Messico ad Acapulco con la nostra vecchia Opel, io e Mercedes e i nostri due bambini, Rodrigo e Gonzalo. E come per una folgorazione, mentre guidavo, ho capito come dovevo raccontare la storia, anzi, le storie, che mi seguivano da almeno dieci anni…dovevo raccontare le storie come le raccontava nonna Tranquilina.

 

Nasce così il real maravilloso di Garcia Marquez, quella capacità di fare coesistere la realtà e la fantasia, ma non alla maniera del realismo magico (intrapreso da certa pittura metafisica di inzio Novecento, che giocava sullo straniamento e sulla dicotomia): per Gabo la realtà e la fantasia erano entità connaturate, così come la vita e la morte, così come Aracataca (dove nacque il 6 marzo 1927) e Macondo (luogo immaginario, ma non per questo inverosimile, in cui è ambientato il suo capolavoro).

Macondo è un luogo immaginario ma al contempo verosimile; in esso vigono precise regole di realtà. Sebbene abbia deciso di ridefinire il proprio spazio e il proprio tempo, Macondo oppone la propria verità a quella del resto del mondo, tanto da apparire più vero delle menzogne epistemologiche del mondo reale. Per questo Macondo è stato celebrato e amato da tanti figli del Sessantotto, colpiti al cuore da Cent’anni di solitudine. Un romanzo talmente lussureggiante, libertario, esotico, da trasformare il luogo immaginario in cui si svolge la storia, in simbolo e sinonimo di vita alternativa, non solo possibile, ma reale.

 

Gabo non è stato, però, l’autore di un solo libro, per quanto capolavoro. Sebbene la sua vita sia stata profondamente trasformata dal successo (nel 1967) di Cent’anni di solitudine (cui arrivò dopo aver pubblicato cinque libri, dapprincipio ignorati e poi risorti magicamente, ma soprattutto arrivò dopo 18 mesi di stenti e di fatiche, seduto a tavolino giorno dopo giorno, sacrificando la propria vecchia Opel e l’asciugacapelli della moglie Mercedes per portare a termine l’impresa), García Márquez ha saputo variare il suo stile, conquistando giovani lettori e sfornando libri i cui titoli sono diventati slogan: L’autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L’amore ai tempi del colera, Il generale nel suo labirinto. Espressioni che con gli anni tutti almeno una volta ci siamo ritrovati sulle labbra, in contesti quotidiani o colti, allusivi o ironici.

Con la forza e il fascino di un’immaginazione costantemente calata nella realtà (non c’è nessuno i dei miei romanzi che non abbia una base nel reportage, nella realtà) García Márquez ci ha regalato leggende, miti, racconti che di norma vengono elaborati in secoli di pazienza e con l’aiuto di molti scrittori. Nato in un paese marginale e misero, Aracataca, nella regione caraibica della Colombia, è assurto a fama internazionalpopolare. Presidenti, imprenditori, artisti, sportivi, persino il Papa aspettavano di aver un appuntamento con lui, di conoscerlo e ascoltarlo. È stato amato a applaudito anche da chi non ha condiviso le sue posizioni politiche: amico intimo e dichiarato di Fidel Castro, simpatizzante del regime di Chavez in Venezuela, ma anche avversario dichiarato dei mercanti di droga e morte della sua Colombia. Insignito del Nobel per la letteratura nel 1982, Gabo ha inventato uno stile, un modo di raccontare affabulatorio e meraviglioso, poco incline a percorrere le strade della scrittura sociale e documentale (nonostante le sue simpatie politiche), convinto per contro che la violenza si vince con l’utopia e il mito, purché reali e verosimili.