Nei dintorni di Proust

L'angoscia del tempo e il suo superamento

di Mattia Cavadini

Ci sono poche opere ossessionate dall’irreparabilità del tempo come la Recherche di Proust. Tale ossessione si manifesta nelle grandi scene della morte della nonna, della morte di Albertine e di quella di Bergotte, scene che prefigurano la morte dell’autore, offrendone le prove generali.  Ma il sentimento della morte non è solo presente nelle scene funeree, bensì pervade l’intera narrazione proustiana, persino nelle scene “infantili”, nell’angoscia del bambino che si perde nella folla, nella paura per la mancanza di sonno, nel tormento per un bacio vanamente agognato (che la madre gli rifiuta). Il tempo, in Proust, è perduto non solo perché la morte pone fine a qualsiasi esistenza, ma anche perché esso si perde continuamente, in ogni istante, in ogni momento. La Recherche si sviluppa, dunque, su un duplice abisso, l’abisso della morte come termine ultimo, e l’abisso della transitorietà, che scava un baratro dentro ogni istante.

Proust guarda in faccia questo baratro bifronte, ne è angosciato e al contempo persuaso. Con lucidità lo osserva, senza mascherarlo, senza allontanarlo. Anzi, pare volerlo denunciare in ogni momento della narrazione, scavando un vuoto nelle pagine. Vuoto che dalle pagine si riverserà nella vita dello scrittore, il quale, via via che scrive, vede le proprie forze declinare, e si sorprende a scavarsi la tomba con la propria penna.

 

 


Eppure, contro questa irreparabilità, degna del più cupo pessimismo, Proust individua una salvezza: i cosiddetti “momenti Proust” (la madeleine inzuppata nel tè, i tre alberi svettanti in campagna, i campanili di Martinville, i ciottoli del cortile di Guermantes). In questi momenti, generati da impressioni involontarie, legate al caso, il tempo sembra svanire e la morte appare indifferente. Proust parla di estasi, di stordimento, di perdita di conoscenza. Essi si configurano come “momenti rivelatori” in cui il passato e il presente si sovrappongono, spalancando una nuova dimensione temporale.

Senza alcuna allusione religiosa, Proust constata che in questi momenti si verifica uno sconvolgimento temporale, sconvolgimento in cui tutta la sua vita gli pare coinvolta e salvata. La potenza di questi momenti è così immediata, il rapimento così decisivo, che ogni angoscia sembra svaporare. La cosa interessante da osservare è che Proust non gioisce del ricordo del passato. La felicità di questi momenti non scaturisce dalla rievocazione di ciò che è stato (l’evento rievocato non conta, né contano i suoi sviluppi) bensì dal fatto che essi suggellano la compenetrazione di un istante passato con un istante presente (sancendo lo scioglimento della transitorietà nella durata). Questo sconvolgimento temporale ha qualcosa di così miracoloso da sfidare la morte, dissipare l’angoscia e riscattare un’intera esistenza.

 

 


La morte per dissolvimento non è dunque totale né completa. C’è qualcosa di irriducibile, non accessibile all’intelligenza né alla volontà, qualcosa di sconosciuto eppure non inconoscibile (anzi assolutamente esperibile ed emergente nell’esistenza di ognuno), qualcosa che, come scrive Proust, è «fuori del tempo», «liberato dall’ordine del tempo». Fatta questa scoperta, ecco che Proust ne trae l’obiettivo della sua vita e della sua opera, che d’ora innanzi si vota programmaticamente ad «isolare, immobilizzare ciò che l’essere non afferra mai: un po’ di tempo allo stato puro». Con questa intenzione Proust trasforma la sua opera in qualcosa di glorioso, riducendo l’angoscia al silenzio, rendendo irrisoria l’inquietudine della morte (quella stessa inquietudine che dapprincipio era apparsa irrecusabile). La certezza che l’essere dura (e sopravvive alla morte che ogni istante vorrebbe imprimergli) apre la Recherche (e la nostra lettura) a una felicità inebriante, che è memoria e presagio di quel mondo eterno e regale da cui veniamo e verso cui ci dirigiamo.