Robert Walser a 140 anni dalla nascita

Il più grande scrittore svizzero era un angelo caduto dal cielo

di Mattia Cavadini

Robert Walser, il più grande scrittore svizzero (misconosciuto in vita e destinato ad una sorte non dissimile post-mortem) viene ritrovato il giorno di Natale del 1956, dopo una passeggiata sulle colline dell’Appenzello. Le fotografie ne immortalano le orme e, più avanti, il corpo, avvolto in un mantello nero, solo, nel campo innevato. È l’immagine di un angelo caduto dal cielo.

Da 23 anni albergava alla Clinica Psichiatrica Cantonale di Herisau. Dacché fu ricoverato non scrisse più nulla, aderendo al suo fermo proposito «di scomparire il più discretamente possibile». Tutti i giorni, però, passeggiava. Simile a uno dei monaci folli che costellano i romanzi di Dostoevskij, o al pellegrino russo (dell’omonimo romanzo) che nel suo iter incessante recita la preghiera del cuore, Walser decise (il suo primo ricovero, nella clinica Waldau di Berna dove lavorava la sorella, lo scelse sua sponte) di votarsi al silenzio e all’isolamento, di non scrivere più ma di diventare lui stesso scrittura, impronta che solca il mondo e ne viene pervasa. «Ogni giorno compiva la medesima passeggiata attraverso i prati invernali gelati dal freddo (…) Un giorno dopo l’altro, sempre uguale. Nessun giovane –scrive in un racconto fortemente autobiografico– avrebbe potuto trovare gradevole una simile esistenza. Ma lui ormai voleva così. Si era imposto di trovare bella questa sua maniera di vivere. Voleva vedere la bellezza, e la vide, voleva sondare l’abisso, e lo sondò, conoscere la miseria, e la conobbe».

 

 


Abisso, bellezza e povertà. In queste tre parole è racchiuso l’insegnamento di Walser, lui che lavorò in assicurazioni e istituiti di credito, come servitore in una villa sul Lago di Zurigo, come domestico in un castello dell’Alta Slesia, trasformando la povertà e il servizio (essere per l’altro) in elementi indispensabili per aprirsi all’ascolto.

L’uomo povero, che nulla sa, nulla desidera e nulla possiede; che se ne sta in un angolo di silenzio, lontano dall’abisso della società («piena di asperità e intoppi, carica di freddezza e indifferenza»); che sceglie di scomparire in una clinica psichiatrica, sottraendosi alla vita intesa come agonismo e prestazione, quest’uomo povero si predispone all’irruzione della bellezza, vivendola sulla propria pelle, in ogni momento, in ogni situazione. Evitando di frapporre «l’opacità, i preconcetti e le tristi prerogative» dell’io, il pover’uomo Walser vive alla presenza di Dio: «un arbusto in fiore non è forse celestiale quanto il cielo stesso? Può esistere qualcosa che non sia pervaso da Dio, che non ne sia impregnato?».

Il suo passeggiare, così come la sua scrittura, è un aprirsi a questa festa, presente in ogni cosa, nella sinfonia della «piccola orchestra familiare», nella «solenne calma di una giornata domenicale», in un «fiore» ma anche nella «nebbia», nella «penombra del bosco», in un «topo» o in un «verme». Dio pervade sia la vita che la morte, sia la gioia che il dolore (non ne è responsabile, semplicemente li illumina). Questa consapevolezza (preludio alla vera beatitudine) intride il percorso di vita (e di scrittura) di Walser che, come un buddha sorridente, fa cadere con leggerezza, in mezzo a una trama ingenua, uno dei suoi potenti aforismi: «l'inizio e la fine si stringono la mano sorridendo. Apparire e scomparire sono una cosa sola».

 

 


E così, con questo sorriso, nel Natale del 1956, Walser se ne va incontro alla morte, scomparendo per la seconda volta (dopo che aveva scelto l'internamento e il silenzio), questa volta in modo definitivo, consapevole dell’insignificanza di ogni contingenza (sia essa esilio, mondanità o scrittura) al cospetto della Pervasione. L'immagine del suo corpo sepolto nella neve mi attraversa la mente incessantemente e con dolcezza, come un balsamo, che mitiga le ferite, aiuta a capire come si vive e come si muore.

 

Biobliografia:
nato a Bienne il 15 aprile del 1878, Robert Walser è considerato uno dei massimi scrittori di lingua tedesca del Novecento. Ha vissuto come un outsider, lontano dalla società e dagli ambienti letterari, scegliendo la malattia mentale come alibi e rifugio. Autore di tre notevolissimi romanzi autobiografici (I fratelli Tanner, 1907; L’assistente, 1908; Jakob von Gunten, 1909), Walser fu soprattutto un maestro della forma breve: nelle sue piccole prose, scritte a matita, con grafia minuscola, sfidando l'insignificanza, ritrasse avvenimenti comuni e tuttavia meravigliosi. In italiano segnaliamo due raccolte che consentono di godere della miracolosa naïveté di questi racconti: la silloge Seeland (pubblicata da Adelphi, trad. Emilio Castellani e Giusi Drago) e il libro La fine del mondo e altri racconti (edito da Armando Dadò, trad. Mattia Mantovani).