di Franz von Stuck, 1920

Sisifo

La gioia di un'attività inutile e insensata

di Mattia Cavadini

I miti sono dei fari che improvvisamente si accendono, aiutandoci a identificare ciò che accade dentro di noi. Ad ogni stagione ne affiora uno diverso, che inerisce ed illumina il nostro stato interiore. In età adolescenziale erano Prometeo ed Orfeo a lanciare messaggi, ammiccamenti, segnali. Ad indicare la strada della ribellione e del canto. Ora, più, pacatamente, è Sisifo che mi pervade e mi abita, con la stessa natura di un sogno. E come un sogno mi sussurra messaggi allusivi, significati reconditi. Fa breccia nel mondo interiore e mi parla, quasi fosse un fratello maggiore, capace di indicarmi la via da percorrere.

Il mito di Sisifo è presto riassunto. La leggenda non approfondisce i motivi che lo hanno condotto ad espiare la sua pena. Ha tradito egli gli dei? Incatenato la morte? Amato oltremisura la vita sino a sacrificarle la sopravvivenza? Tutto ciò non viene specificato. La leggenda si concentra sul suo castigo, lasciando nel vago gli antefatti. Sisifo si trova agli inferi, costretto all’orrore di un lavoro senza speranza, sempre identico e sempre vanificato nel momento in cui sembra finire. Sfinito, Sisifo spinge una pietra enorme verso la cima di una montagna. Nel momento in cui sembra arrivare, eccolo capitombolare sotto il macigno, che lo riporta a valle. E, questo, in eterno.

 

 


Sisifo è condannato ad uno sforzo senza esito. Sopporta la dissennatezza di una sorte che lo obbliga a prodigare invano le sue forze. La sua esistenza appare maledetta non soltanto perché è condannato ad un destino al quale non può sottrarsi, ma anche perché è vittima di un paradosso, che lo costringe a consumare le sue forze in uno sforzo improduttivo.

Sisifo anima in questo modo un mito carico di significato. In un mondo in cui qualsiasi dispendio di energia deve risolversi in un’azione redditizia, Sisifo è l’immagine di ciò che si perde, di uno scambio eternamente deficitario, di una battaglia in perpetuo squilibrio. Rappresenta un’azione che è il contrario dell’azione (sia nell’accezione industriale che in quella finanziaria).

Con il suo lavoro Sisifo rappresenta ciò che agli antipodi del lavoro. È l’emblema dello sforzo gratuito, dell’attività inutile ed insensata. Il suo è un fare che non fa. Un’operosità che non produce. Eppure, nel mondo profano di oggi, la sua azione è l’unica che sembra custodire il senso del sacro. La sua sopportazione nei confronti dell'assurdità dell'esistenza, conferisce alla vita un valore effettivo. Consapevole dell’inutilità di ogni azione, conscio dei propri limiti, Sisifo è l’emblema dell’uomo che non smette mai di cercare (pur sapendo che non vi è nulla da trovare), che non smette mai di amare (gratuitamente). Per quanto assurdo possa apparire il nostro destino, Sisifo ci insegna che siamo vocati a compierlo con intensità, gioia e vigore.