E.S.T. dieci anni dopo

Classica, progessive e improvvisazione: un mix che ha rivoluzionato il jazz

  • Fare musica è come essere dio: creare un universo, un tempo, uno spazio, con un inizio e una fine. Quando si inizia a suonare, l'universo è una tabula rasa, e può essere riempito da qualsiasi cosa, e dura fino a quando dura la musica. Quando la musica si spegne, finisce tutto. Fare musica è come creare un tempo nel tempo, una realtà nuova dentro la realtà di sempre; è come creare un altro universo, scandito dal brano musicale che stai suonando.  (Esbjörn Svensson)

 

Pianista svedese nato nel 1964 e scomparso nel pieno dell’attività a 44 anni a causa di un incidente durante un’immersione subacquea (il 14 giugno 2008), Esbjörn Svensson ha diretto dai primi anni ’90 il trio E.S.T, acronimo del suo nome, di cui facevano parte anche Dan Berglund al contrabbasso e Magnus Öström alla batteria.


Nella sua breve attività, Svensson ha elaborato un linguaggio jazzistico originale, contaminato da influssi classici e da un parsimonioso ma significativo uso dell’elettronica.


Il pianismo di Svensson ha influenzato molti giovani pianisti europei, al punto che oggi la critica considera il musicista svedese un vero e proprio caposcuola. La produzione discografica del trio E.S.T. ha contribuito ad ampliare la definizione di jazz. Come compositore e improvvisatore, Svensson è stato fra i migliori della sua generazione. Il batterista Öström ha utilizzato una modulazione di grande impatto, intrecciando la lezione roboante del progressive rock con inflessioni più sfumate. Al contrabbasso, Dan Berglund ha saputo miscidare il tono intimo e legnoso delle corde con il suono brillante dell'arco, colorando la musica di vivacità malinconico-espressive.

 

A dieci anni dalla morte di Svensson, i dischi del trio E.S.T. restano un ascolto obbligato per chi è convinto che il jazz sia un genere fluido e in movimento.