Enzo Jannacci

Ridere e piangere, vivere e morire

di Mattia Cavadini

Cantautore, cabarettista, attore, musicista, direttore d’orchestra, jazzista e come se non bastasse, medico: Enzo Jannacci (3 giugno 1935–29 marzo 2013) era vasto, conteneva moltitudini.

Moltitudini di pensieri, di storie, di amore e generosità, che le parole non riuscivano a circoscrivere. Per questo spesso bofonchiava, tartagliava, come se dicesse continuamente et cetera et cetera, alludendo alle infinite connessioni, ai possibili incisi, reali e surreali, che nella sua mente ogni singola cosa suscitava. Altre volte invece si fermava, tre punti di sospensione, come a dire, una parola è troppo e due sono troppo poche, meglio allora alludere, e per allusione additare alla moltitudine che abita i pensieri.

La sua affabulazione era insieme vulcanica e sospensiva, come la sua vita, insieme spensierata e malinconica, stralunata e riflessiva, estrosa ed introflessa. Era capace di parlare della fede, del silenzio della Croce, e allo stesso tempo di ironizzare sulla morte e la malattia. Irriverente con le gerarchie, empatico con i poveri, i disperati, i soli, gli abbandonati, Jannacci ha cantato una moltitudine di storie, di emozioni. Storie di donne e uomini semplici, come la Vincenzina, che negli anni Sessanta era “davanti la fabbrica” ad aspettare suo marito, o come il “barbun” che portava "i scarp da tennis" e moriva sotto una montagna di cartoni.

Jannacci non ha mai voltato la faccia di fronte alla miseria, ma ha guardato con occhi gonfi di stupore e compassione gli infiniti volti della vita, denunciando quando c’era da denunciare, alleggerendo quando c’era da alleggerire, ridendo quando c’era da ridere, piangendo quando c’era da piangere.

Nato a Milano nel 1935, caposcuola insieme a Gaber di quella declinazione geniale del cabarettismo italiano che è il teatro-canzone, Enzo Jannacci è stato autore di una trentina di album e di varie colonne sonore. Ricordato come uno dei pionieri del rock and roll italiano, insieme a Celentano, Jannacci è stato un modello per tutta una generazione di comici e cabarettisti.

Cinquant'anni di carriera senza schemi fissi, all’insegna della poliedricità e della surrealtà, con agli esordi il sodalizio (durato più di quarant’anni) con Giorgio Gaber. Gaber e Jannacci: un binomio che evoca d’acchito una Milano che non c'è più, quella della nebbia, già grande città ma non ancora metropoli, una Milano romantica, popolata di personaggi bizzarri e poetici. Una binomio che evoca buonumore e simpatia, per la gestualità degli autori, per la genialità delle loro canzoni, capaci di narrare microstorie di gente qualunque. Un binomio, però, che evoca anche stima e rispetto, per la dignità con cui hanno saputo affrontare i grandi passaggi della vita e della morte.