Gli 8 capolavori che non hanno vinto

Sanremo è come la mamma... a volte sbaglia

di Mattia Cavadini

Nel cuore dell'inverno arriva puntualmente Sanremo, ad addolcirne le asperità. Parafrasando quel gigante della canzone d'autore, si potrebbe dire che Sanremo è una cosa buona, è come la mamma, che ti accarezza i capelli quando sei triste e stanco, una mamma enorme, una mamma in bianco. Ma poi, per fortuna, ecco che arriva lo Scccciacquo sciacquo sciacquo seconda passata.

Ed è proprio in questa seconda passata che ci si rende conto di ciò che di buono (se grazia lo vuole) è passato a Sanremo, al di là della contingenza della manifestazione, che è innanzitutto uno spettacolo televisivo e in quanto tale porta in sé tutti i suoi limiti: massificazione del gusto, spettacolarizzazione delle performances, semplificazione del testo, banalizzazione della musica, turistizzazione degli invitati, pietismo trasversale.

Eppure, in questa grande bolla televisiva passano in tanti. Per cui, se ci si vuole fare un'idea dello stato della musica italiana, Sanremo è irrinunciabile. Non tanto per sapere chi vince, ma per sapere chi vi transita. Anche perché è il post-Sanremo a decretare il successo di una canzone, è il riverbero sulle radio e nel circuito internazionale. D'altronde, si sa, la mamma spesso sbaglia nei giudizi, lo fa in buona fede, ogni scarrafone è bello a mamma soja. E la vera sentenza avviene dopo, quando si mettono fuori la faccia e la voce, quando si abbandona la bolla mediatico-famigliare di Sanremo.

E allora cerchiamo di ricordare le canzoni che, snobbate a Sanremo, si sono poi rivelate dei pilastri della musica italiana.

 

Nel 1961 Mina, icona della musica italiana, arriva quinta con Le mille bolle blu (testo di Vito Pallavicini e musica di Carlo Alberto Rossi), una canzone che non lascia dubbi sulle capacità vocali della tigre, eppure Mamma Sanremese non se ne accorge.



Sei anni dopo, nel 1967 Luigi Tenco
porta a Sanremo Ciao amore ciao e riceve solo 38 voti su 900. Escluso dalla fase finale del concorso, il 27 gennaio il cantautore piemontese si suiciderà in un hotel del capoluogo Ligure.



Il 1969 è l'anno di Lucio Battisti
, in concorso con Un'avventura. È il primo e ultimo Sanremo per Battisti. Si piazzerà nono, e a trionfare sarà la mediocre canzonetta Zingara, di Iva Zanicchi.

 



Doppia incuria deve, invece, subire Lucio Dalla
. Nel 1971 presenta 4/3/1943 e si piazza al terzo posto. Il brano, prima di arrivare sul palco, viene censurato dai critici che impongono di cambiare il titolo originale, Gesùbambino, ritenuto irrispettoso per la storia narrata (quella di una ragazza madre che ha un figlio da un ignoto soldato), titolo che viene modificato con la data di nascita del cantautore.

 



L’anno seguente (1972) Dalla
porta al festival quello che diventerà un capolavoro della storia della musica italiana: Piazza Grande. La canzone arriva ottava.

 



Nel 1978 Rino Gaetano
, da sempre riottoso a partecipare al Festival, si lascia convincere dalla sua etichetta discografica. Decide di portare Nuntereggae più ma la RCA considera la canzone poco adatta al palco dell’Ariston, visto l’elenco di personaggi noti e influenti citati nel testo. Obbligato a presentare Gianna, un altro suo grande capolavoro, si piazza al terzo posto.



Lo scandalo si raggiunge nel 1983, allorché Vasco
presenta Vita spericolata. La canzone si piazza penultima nella classifica finale, e, per contrappasso, si rivelerà un grande successo tra i giovani ed i giovanissimi, consacrando il rocker emiliano a star della musica. La sua esibizione è provocatoria e indimenticabile. Prima di terminare la canzone, Vasco, in polemica con gli organizzatori del Festival, abbandona il palco mentre il brano canoro gira ancora, svelando il playback (nella cui asetticità il festival diguazzerà durante tutti gli anni Ottanta).



Dopo sette anni di assenza, nel 1989 la grande Mia Martini
torna a Sanremo, con il suo brano per eccellenza, Almeno tu nell’universo. La sua presenza sul palco rompe una lunga assenza dovuta alle malelingue che la volevano “portatrice di iella” negli ambienti televisivi. Un brano sublime, che si aggiudica vergognosamente solo la nona posizione.