Quattro per tutti

La storia di un miracolo musicale

di Claudio Ricordi

Andavo quasi tutte le estati a passare qualche settimana nello chalet di zia Alma e zio Peter: e anche quell’estate del 1963 presi il treno a Milano e scesi alla Gare Centrale di Strasburgo, dove trovai i miei due zietti ad attendermi sulla banchina esattamente dove il vagone apriva le porte: miracoli di mezzo secolo fa delle ferrovie francesi, oggi ancora improbabile per quelle italiane!  Cambiando binario salimmo su di una littorina, e in poco più di un’ora eravamo nel cuore dei Vosgi francesi, stazione di Lutzelhouse, per poi salire con uno sgangherato taxi in una piccola vallata sopra Muhlbach-sur-Bruche.  Ero affascinato da quel luogo isolato, anche se non poteva dirsi una vacanza di gran riposo. Zia Alma era sempre in attività, e io con lei: l’orto, gli alberi da frutta, le galline, la legna, la spesa nel paese sottostante a piedi volevano dire che aspettavo la sera per rilassarmi ascoltando la radio che zio Peter aveva portato da San Francisco: una potente Zenith Transoceanic all’interno della quale trovavo tutto il mondo. Essendo un giovane melomane, la stazione preferita era Radio Luxembourg, ex emittente delle forze armate americane in mitteleuropa, i cui programmi in inglese erano trasmessi da London W1 music and radio news…  Era uno scrigno sonoro da cui venivano fuori ininterrottamente tutte le  pop e rock songs che Inghilterra e Stati Uniti sfornavano: ogni tanto qualcosa riconoscevo, ma la gran parte non erano distribuiti in Italia, dove oltretutto era larga prassi di fare delle cover in italiano delle hits angloamericane prima di importarle. Da questo flusso musicale una sera d’agosto di quel lontano 1963 accadde l’imprevisto adrenalinico: una sequenza di nove note all’unisono tra armonica a bocca e chitarra elettrica mi fece sobbalzare sulla comoda poltroncina dello zio Peter, oramai a letto da qualche ora… Tentai di decodificare il rapido disannuncio del dee-jay anglofono, e mi vennero in aiuto le successive ripetizioni  -quasi ad ogni ora- del brano, riuscendo così a fissare il ritornello a salti di ottava e il successivo please, please me. Ed ogni sera aspettavo quel momento. Ma a quel punto quasi non mi importava di sapere il nome del gruppo, ero sicuro che tornato a Milano a fine estate avrei individuato i colpevoli del mio entusiasmo estivo!... Ma mi sbagliavo. Dovetti aspettare il ritorno a scuola di ottobre per capirci qualcosa: un mio compagno di classe aveva passato l’estate a Londra, e mi portò in regalo un 45 giri uscito ad agosto e già in testa alle classifiche inglesi: “She loves you –mi disse il buon Pietro- di un nuovo gruppo che aveva avuto un buon successo all’inizio dell’anno con Please, please me”:  ecco il ritornello, ed ecco i Beatles!                   

 

Finalmente soddisfatta la persistente curiosità, andai a cercare il primo (che più tardi seppi era il secondo) disco, nonché il 33 giri uscito in terra inglese a primavera. Ma l’Italia non sapeva chi erano i Fab Four, e dovetti attendere un paio di mesi per averne traccia, a quel punto fin troppo abbondante: i tre 45 giri e il Long Playing uscirono tutt’e quattro a novembre nel giro di due settimane!  Da quel momento in poi ad ogni festa trovavo sempre traccia discografica dei quattro capelloni di Liverpool, ed essendo io spesso “quello che cambiava i dischi” mentre gli altri pomiciavano, eccomi a gettare le basi della mia cultura musicale. In  quelle settimane e  in quei mesi in effetti, “per volontà e per caso” (un bel titolo di un libro di Boulez), mi stavo giocando le mie carte musicali: avevo lasciato la mia precedente passione per gli Shadows, stavo iscrivendomi al Conservatorio milanese nella classe di chitarra di Ruggero Chiesa e stavo formando un mio gruppo, o, come si diceva allora, un mio complesso: il nuovo coinvolgimento per la musica –e talvolta anche per i testi- dei Beatles alimentava a dovere la crescita della mia passione per la musica. Ma altre emozioni beatlesiane stavano per arrivare. Nel 1964  I want to hold your hand, che con la sua originalità e la sua gioiosa energia aprì finalmente le porte alla “Beatles invasion” negli Stati Uniti, la limpida semplicità e l’immediata presa di And I love her, e soprattutto i due attacchi di A hard day’s night (undicesima di sol prolungata in 4/4) e di I feel fine: “la prima volta che il feedback viene usato in un disco” disse John Lennon, ben fiero del “la” prolungato con la sua Rickenbacker.

 

L’anno successivo ebbi modo di fare una verifica dal vivo della preparazione e della solidità del gruppo: li ascoltai al Vigorelli di Milano la sera del 24 giugno! Buio nel velodromo, riff di basso raddoppiato dalla chitarra quattro volte, si accendono le  luci sul crescendo vocale delle quattro voci anticipato rispetto al disco per creare un immediato e forte impatto col pubblico, eppoi il rauco grido di Lennon per il pubblico femminile c’mon, c’mon, c’mon baby now, twist and shout! E la risposta non si fa attendere: il grido delle migliaia di ragazze che copre le strofe successive! Un brano grezzo e selvaggio, che diventa il momento più simbolico degli spettacoli dei Beatles, la canzone per quella generazione, nella quale i genitori non osavano avventurarsi. Verso la fine del concerto annunciarono ed eseguirono due pezzi del loro nuovo 33 giri, che sarebbe uscito in Inghilterra, America ed Italia tra agosto e settembre: Help. All’interno due brani che mi diedero un segnale che qualcosa stava covando nel gruppo: Ticket to ride con la sua atmosfera aspra, dissonante ed elettrica suonava poco commerciale, e il testo di Lennon non era da meno, un pezzo intenso e che guardava avanti, il primo che durava più di tre minuti. Ma la sorpresa fatale fu il penultimo brano della seconda facciata: Yesterday. Qui rimasi senza pensieri e senza parole: da dove poteva venire l’idea di inserire un quartetto d’archi in una pop song, anche se firmata da Paul McCartney? Presi anche quello come un segnale, un’occasione per i Beatles di scoprire –e di far scoprire a chi ascoltava- un mondo di timbri “classici” fino ad allora poco immaginabile. Restava però la domanda, al momento senza risposta, perché la critica musicale e la stampa di quei tempi non aveva ancora preso sul serio i Quattro di Liverpool: ne parlavano distrattamente, quasi sempre della pettinatura o di come si vestivano, delle mogli e/o delle fidanzate.  A questa mancanza di pensiero su di loro trovai però una fortunata e preziosa risposta: alla ripresa delle lezioni in Conservatorio venni a sapere che Bruno Canino, prestigioso pianista nonché docente di pianoforte, aveva scritto una recensione musicale e musicologica dell’album Help per un giornale musicale! Mi precipitai nella sua classe e gli chiesi una copia del suo minisaggio, che lessi con la massima attenzione e che mi fu poi di grande aiuto per capire l’impianto armonico delle canzoni di Lennon, McCartey, Harrison e Ringo Star. Questo fu per me il disco dell’inizio di quel lento ma continuo rinnovamento che accompagnò tutti i successivi album del gruppo, e per l’occasione cominciai un rituale che sarebbe continuato sino all’ultimo disco: un buon impianto in una stanza in penombra in compagnia del mio migliore amico beatlesiano, per ascoltare le due facciate senza interruzione né commenti lasciandosi andare verso l’imprevedibile…    

 

Nei mesi successivi mi impegnai a raccogliere migliori notizie sui Beatles, in particolare cosa accadeva nelle sessioni di registrazione negli studi di Abbey Road, e venni così a conoscenza di quello che più tardi i giornali cominciarono a chiamare “il quinto Beatle”: George Martin. Oggi sappiamo tutto di lui, a partire dalla primigenia idea di metterli sotto contratto Parlophone/EMI pochi giorni dopo essere stati rifiutati dalla Decca, per passare ad altre intuizioni avute da Martin. Fu lui che convinse Paul alla sovraincisione del quartetto d’archi che McCartney aveva chiamato “una cosa alla Mantovani”, era lui che suonava le tastiere del pianoforte o del clavicembalo, era lui che conferiva il sapore timbrico finale, che scriveva le parti per i solisti o gli orchestrali aggiunti! ...ecco il “segnale”, ovvero l’apertura a nuovi suoni e nuovi mondi che negli anni successivi sarebbe esplosa, dopo che a fine agosto del 1966 i Beatles non fecero più tournées e si chiusero in studio con il loro quinto elemento… e con l’aiuto di qualche sostanza che allargava la loro mente.

 

Per me intanto l’avventura continuava: Rubber soul e Revolver procedevano verso quelle aperture che non solo soddisfacevano l’ascolto, ovvero stupivano e non annoiavano (condizione difficile per altri dischi anche di “top ten”), ma mi sollecitavano ad esplorare a mia volta quelle stesse nuove dimensioni musicali. Fu così che implementai le mie presenze ai concerti di musica contemporanea, andai ad un concerto di Ravi Shankar e ad una “lecture” di John Cage, mi interessai di Mellotron, Leslie, tape-loop diretti e rovesciati: tutto ciò “consigliato” dai Beatles! E dopo aver ascoltato una decina di volte Revolver mi domandai: e adesso cosa posso aspettarmi?...  La risposta arrivò pochi mesi dopo, nel giugno del 1967. Qualcuno mi aveva detto che in Svizzera i dischi d’importazione arrivavano in anticipo rispetto all’Italia, e fu così che, febbricitante dall’attesa, andai col mio fedele amico beatlesiano nel primo negozio dopo la frontiera italo-svizzera, a Chiasso. Nel giro di un’ora il prezioso vinile girava sul Garrard del nostro buon impianto hi-fi, e lì cominciò il viaggio che durò i 39 minuti e 45 secondi delle due facciate. Non credevamo alle nostre orecchie, ben collegate alla famelica mente: tutte le finestre aperte dai Beatles nei precedenti album uscivano in una girandola di melodie, armonie, ritmiche, timbri, stili, linguaggi, testi, cori, immagini che mai pensavi potessero stare su di un solo disco. Come prefigurava la copertina lì c’era dentro il mondo, conosciuto e non, il “loro” mondo senza soluzione di continuità, nessun silenzio tra un brano e l’altro, i testi sul retro di copertina (era la prima volta), e l’uso geniale degli effetti e dei rumori che era cominciato con i primi quattro secondi di Revolver. E l’accordo finale, suonato da John, Paul, Ringo, Evans e Martin su tre pianoforti e passato quattro volte al multi-track  dopo il crescendo orchestrale, quello sì che ci mandò in uno statodi felice partecipazione ipnotica...Credo che almeno per qualche minuto non potei avere alcuna reazione…

 

Ian McDonald, un critico e saggista musicale inglese credibile e ben preparato, ha analizzato i 211 brani incisi dai Beatles (di cui 186 scritti da loro), dividendoli in tre periodi: l’ascesa, la vetta e la discesa. Quest’ultima comincia dopo Sergeant Pepper, ma sotto il titolo del terzo capitolo del libro di McDonald c’è una citazione firmata da Philip Larkin: “Quando arrivi in vetta, non hai nessun posto dove andare, tranne che in giù. Ma i Beatles non potevano andare giù”. Sono d’accordo, la “discesa” deve essere intesa come “non salita”, tenere le posizioni era già nella loro situazione musicale, oltre che personale, un discreto miracolo. Erano stati un punto di riferimento per musicisti (e non solo) di tutto il mondo, avrebbero continuato a stupirci sino ad I me mine, l’ultimo brano registrato (senza Lennon) il 2 aprile del 1970, che avremmo trovato su Let it be: cosa potevamo aspettarci di più?!?  Nessun altro gruppo pop o rock ha mai avuto un’evoluzione simile, inventando forme e contenuti mai raggiunti sino allora, nemmeno su tempi più lunghi.