Suonare e vivere il flamenco

21 dicembre 1947 nasceva Paco de Lucia

di Corrado Antonini

Quando si dice chitarra, per una ragione o per l’altra, si finisce spesso col pensare alla Spagna. Non solo il concerto per chitarra più famoso al mondo è stato composto da un musicista iberico (il Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo, scritto a Parigi nel 1939, quando la guerra civile spagnola volgeva al termine e già si annunciava il secondo conflitto mondiale), ma se pensiamo a un musicista che nell’immaginario collettivo del Novecento si è imposto come la quintessenza del chitarrista classico, la mente non può non correre alla figura di Andrés Segovia. Naturalmente la storia della chitarra non è circoscrivile alla sola Spagna, ma è pur vero che la scuola spagnola è stata, fin dal primo Ottocento, una delle grandi direttrici che hanno consentito allo strumento di conquistarsi una propria dignità e un proprio spazio nell’ambito nella musica colta occidentale, producendo strumentisti di grande valore, da Fernando Sor a Francisco Tarrega arrivando, appunto, ad Andrés Segovia.
 

 


Paco de Lucia rappresentava una tradizione chitarristica contigua a quella classica, a suo modo esclusiva se non proprio impenetrabile ai non addetti ai lavori, quella cioè del flamenco, un genere musicale con un lessico rigoroso e una ritualità fortemente codificata che ha sempre rivendicato in modo inequivocabile il senso di appartenenza e di radicamento nella tradizione. Chi assiste a un concerto di flamenco avverte in modo chiaro questo strettissimo nesso col passato e la necessità, per gli esecutori, di attenersi a una prassi, a una sorta di cerimonia che ha come funzione primaria quella di perpetuare incessantemente sé stessa.

Se Paco de Lucia è considerato il più grande chitarrista di flamenco del nostro tempo non è soltanto “perché suonava bene la chitarra”. C’è molto più di questo. Il fatto ad esempio di essere diventato un divo della chitarra classica (o chitarra flamenco, se preferite, che è pur sempre uno strumento con altre caratteristiche timbriche e costitutive, oltre che di prassi esecutiva) nell’era dei guitar hero smanettoni del rock. O quello, ancor più significativo, di non aver mai tradito l’anima del flamenco anche quando dialogava con musicisti di altra estrazione, trasferendo ad esempio i modi del flamenco in ambito di musica fusion. Mai, neppure per un momento, si aveva la sensazione che Paco de Lucia fosse altro che un musicista di estrazione flamenco. Riusciva a conservare la propria identità in qualunque contesto si esprimesse.


 

Nel suo modo di imbracciare lo strumento c’era già tutta l’eleganza e la dignità del flamenco, nel quale sì – banalmente, quasi scontatamente direi – è facile cogliere una tensione di natura passionale ed erotica, ma questa è sempre rappresentata e solennizzata nel sottile equilibrio di compostezza e di abbandono richiesto agli interpreti, siano questi ballerini o strumentisti. Paco de Lucia incarnava la serietà del ruolo. Suonare (o meglio, vivere) il flamenco è una cosa seria, serissima, come lo è, per gli spagnoli, combattere il toro nell’arena. Resterà la sua musica, certamente, ma resterà anche la dignità con cui impersonava il ruolo dell’interprete di flamenco, dentro il quale non si cristallizza tanto un genere musicale, quanto un modo, giocoso e tragico insieme, di guardare alla vita.
 

Il sito di Paco de Lucia