Fiorenza Cedolins

OSI al LAC - 22 febbraio 2018

Michael Sanderling - Fiorenza Cedolins

GIOVEDÌ 22 FEBBRAIO 2018
ORE 20.30 - in diretta su Rete Due

 

Orchestra della Svizzera italiana

Direttore
Michael Sanderling

Solista
Fiorenza Cedolins soprano

 

Francesco Cilea
Ecco respiro appena. Io son l’umile ancella, aria di Adriana da Adriana Lecouvreur

Ruggero Leoncavallo
Qual fiamma avea nel guardo, aria di Nedda da Pagliacci

Giacomo Puccini
O mio babbino caro, aria di Lauretta da Gianni Schicchi

Pietro Mascagni
Intermezzo sinfonico da Cavalleria rusticana

Giuseppe Verdi
La canzone del salice... Ave Maria, aria di Desdemona da Otello

---

Georges Bizet
Sinfonia n. 1

 

Verismi possibili ed esercizi di stile

Negli ultimi decenni dell’Ottocento le sorti della lunga tradizione operistica italiana, che tante glorie aveva donato a quella “espressione geografica” solo da poco diventata nazione, erano appese ad un filo. Dopo Aida (1871) ed il Requiem (1874) Giuseppe Verdi, la sua gloria più fulgida, sembrava preferire le occupazioni di Sant’Agata ai clamori del successo. Eppure, Verdi avrebbe sbalordito il mondo ancora due volte: nel 1887 con Otello e nel 1893 con Falstaff. Con Otello avrebbe anche superato i tradizionali limiti del melodismo operistico, percorrendo una drammaturgia musicale a tutto campo e piegando ad essa l’idea stessa di vocalità. Se da una parte l’acuto tenorile di Otello vittorioso sfiora il limite estremo del registro e diventa urlo, dall’altra l’espressione intima e desolata di Desdemona rinuncia al suo lirismo e si fa “parlante”. L’eredità di Verdi sarebbe stata raccolta da un drappello di giovani compositori ai quali la stampa internazionale riconobbe il merito di aver saputo internazionalizzare l’opera italiana: a Giacomo Puccini siamo debitori di una serie di eroine la cui cifra distintiva è l’espressione di una vena di intenso lirismo; in Gianni Schicchi (1918) questo assume i toni imploranti di una figlia innamorata. Ruggero Leoncavallo e Francesco Cilea furono accomunati da un triste destino, quello di vedere la propria fama legata ad un unico lavoro: Leoncavallo si sforzò per una vita intera nel tentativo mai realmente riuscito di replicare il successo di Pagliacci (1892), opera con la quale aveva perseguito un’idea di verismo fatto di colore locale, esotismo meridionale, una certa dose di sangue ed un pizzico di wagnerismo. Qualcosa di simile accadde a Cilea, la cui notorietà è affidata al verismo storico dell’Adriana Lecouvreur (1902), così come a Pietro Mascagni, la cui pagina più nota è forse, paradossalmente, l’intermezzo sinfonico di Cavalleria rusticana (1890). Se ascoltassimo la Sinfonia n. 1 (1855) in do maggiore di Georges Bizet senza conoscere il nome del suo autore, potremmo facilmente essere indotti a credere che si tratti di un epigono mendelssohniano dotato di una inventiva melodica a tratti spumeggiante e di una orchestrazione raffinata. In realtà si tratta di uno di quegli esercizi di stile che un giovane compositore francese completò per poi dimenticare. Confrontati con le opere più mature, questi esperimenti giovanili suonano come anacronismi in musica: quattro movimenti di solare, imperturbabile sinfonismo di stampo viennese che mai potrebbero far presagire le tinte forti e sanguigne di una Carmen.

Massimo Zicari

 

Seguici con