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The Queen Is Dead: gli Smiths al loro apice

Compie 40 anni l’album che ha collocato la band fra i grandi del rock britannico

  • 16 giugno, 11:00
The Smiths
  • Imago / Avalon.red
Di: RigA 

The Queen Is Dead rappresenta l’apice della carriera degli Smiths: il momento in cui, per dirla con Johnny Marr, «nessuno poteva toccarci». Da band venerata nel circuito indipendente, il gruppo di Manchester entra nel gotha del rock britannico.

«Lavorare a The Queen Is Dead è stato un po’ come si sentivano i Beatles in studio. Pensavano: “Possiamo fare qualsiasi cosa e la gente la ascolterà, perché siamo gli Smiths”». Così Stephen Street, alla console durante le registrazioni.
Una percezione che sulle classifiche si rifletteva a metà: i loro album andavano bene (si piazzavano nelle prime due posizioni); i singoli faticavano. Morrissey non si capacitava del fatto che avanti a loro ci fossero band la cui musica non diceva «assolutamente nulla», tanto da evocare una cospirazione delle radio.

L’indice non fu puntato solo contro i media: la band incolpò anche la sua etichetta, l’indie Rough Trade, a suo dire troppo debole sul fronte promozionale. Un’altra crepa nel rapporto con il fondatore della label, Geoff Travis, ritenuto inadatto a sostenere le ambizioni degli Smiths. Travis avrà l’onore di essere infilzato dalla penna di Morrissey: Frankly, Mr. Shankly sarebbe proprio rivolta a lui.

Prima ancora di scrivere il disco, Marr aveva capito che la posta in gioco era altissima: c’era in ballo la grandezza della band. «Un pomeriggio mi resi conto che il prossimo album degli Smiths doveva essere un lavoro serio», scrive il chitarrista nella sua autobiografia. Il duro lavoro sarà la costante di tutto il processo produttivo del disco. Marr passerà in studio giorno e notte, sorretto dalle sostanze - lecite e meno lecite - mangiando solo quando qualcuno aveva la gentilezza di porgergli un panino.

Non c’era tempo da perdere. Una disciplina d’acciaio e una fertile ispirazione permisero a Marr e Morrissey di imbastire piuttosto velocemente Frankly, Mr. Shankly, I Know It’s Over e There Is a Light That Never Goes Out

Nei testi Morrissey non risparmia la sua cifra - poesia e sarcasmo, umorismo e malinconia - Marr è l’architetto del suono. Le chitarre si fanno più ricche e sofisticate: sovraincisioni, accordature particolari, chitarre acustiche e melodie brillanti che contrastano con i testi del sodale (la gita fra lapidi di Cemetery Gates ne è fulgido esempio). Non per distribuire meriti ecumenicamente, ma senza la sezione ritmica Rourke-Joyce, probabilmente non staremmo parlando dello stesso disco.

Il clima che si respira è quello teso della Gran Bretagna thatcheriana, fulcro di buona parte dell’album fin dall’apertura, affidata al suono arrembante della title track. The Queen Is Dead è sia una critica a monarchia e istituzioni in generale, sia una riflessione sull’attrito fra il personaggio Morrissey e l’establishment. Curioso che, alla morte di Elisabetta II, sarà il brano più ascoltato in streaming.

Non risparmia nemmeno sé stesso, Morrissey: in Bigmouth Strikes Again commenta la tendenza a cacciarsi nei guai con la sua lingua affilata; poi, con The Boy With the Thorn in His Side, sposta l’obiettivo sull’industria musicale che non lo comprende.

Morrissey sa come toccare tutte le corde delle emozioni, in un costante passaggio tra humour e fragilità: notturna, cullante, I Know It’s over è il culmine di questo discorso. There Is a Light That Never Goes Out va addirittura oltre, imprimendosi nel cuore dei fan come la canzone emblema degli Smiths.

In un crescendo traboccante di archi, Morrissey costruisce la sua ode a un amore tragico, muovendosi sul filo fra immagini che in bocca ad altri potrebbero suonare fuori scala (bus double-decker, camion) e pensieri così britannicamente espressi epperò così liricamente recapitati («Morire al tuo fianco, beh, il piacere, il privilegio è mio»). «Sembrava che la musica si suonasse da sola», ricorderà Marr. «Eravamo euforici, e dopo pochi take avevamo una delle nostre migliori canzoni di sempre».

Appena un anno dopo, le strade di Morrissey e Marr si separeranno chiudendo la parabola smithsiana. Pochi anni fa il chitarrista ha rifiutato una ricca offerta per un reunion tour.

A quarant’anni dall’uscita, The Queen Is Dead resta il ritratto di una band capace di fare sintesi tra pop, rock, poesia, critica sociale e introspezione. L’album si riverbererà nei decenni a seguire, influenzando i gruppi britpop dei Novanta come gli indie rocker dei giorni nostri.

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“Charming Men”

Alphaville 24.09.2024, 12:35

  • edizioninottetempo.it
  • Cristina Artoni

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