"Daddy’s Home" di St. Vincent, Loma Vista Recordings (dettaglio di copertina) (lomavistarecordings.com)

Novità discografiche

Di Franco Fabbri

Salvador Sobral, bpm (Bajo licencia a Warner Music Spain, S.L., ℗ 2021 Salvador Sobral)

Nel 2019 avevamo recensito Paris, Lisboa, un album di Salvador Sobral, e anche in quell’occasione non avevamo potuto fare a meno di ricordare l’inattesa ma schiacciante affermazione del cantante portoghese all’Eurofestival del 2017, con una canzone scritta dalla sorella Luísa, lontanissima dai cliché del pop transnazionale che quasi sempre domina quella scena. In bpm, che sì, vuol dire beats per minute e sembrerebbe alludere a qualcosa di ballabile, Sobral si presenta per la prima volta integralmente come autore, oltre che come interprete, sia pure in condivisione con Leo Aldrey, compositore, produttore e performer venezuelano, cresciuto artisticamente a Barcellona, già affezionato collaboratore di Sobral. L’album è nato durante gli scorsi mesi di clausura, trascorsi dai due in Algarve, ma difficilmente qui si troverebbero i segni della parsimonia obbligata di tante produzioni degli ultimi due anni. C’è una grande varietà e ricchezza, e lo stupefacente apparire qua e là di un jazz venato di progressive, suonato e cantato benissimo.

Joan Armatrading, Consequences (℗ 2021 Giftwend Limited under exclusive licence to BMG Rights Management (UK) Limited)

Joan Armatrading è sulla scena da mezzo secolo: la sua carriera ha avuto momenti di splendore, con premi, ingressi ai primi posti delle classifiche (perfino in quella statunitense degli artisti blues), lauree honoris causa, onorificenze regali, ma soprattutto con il consolidarsi dell’immagine di una cantante, autrice e chitarrista caraibico-britannica, nera, battagliera, omosessuale, prima e a lungo unica nel suo ruolo. E non si è mai fermata. Eppure, è probabile che qualcuno, sentendo ora il suo nome, si domandi: “Ma canta ancora?” Perché, nonostante tutto, Joan Armatrading sconta ancora l’ostruzionismo che ha sempre incontrato da parte dei media mainstream. Ma c’è, e lo dimostra Consequences, un album che ha realizzato interamente da sola, cantando, suonando tutti gli strumenti, occupandosi della tecnica del suono e della produzione. La varietà stilistica delle canzoni (c’è anche un brano strumentale) riflette l’eclettismo di tutta una vita.

Ryley Walker, Course in Fable (℗ 2021 Husky Pants Records)

Course in Fable è l’undicesimo album di Ryley Walker (contando alcuni lavori in condivisione) in sette anni: non male, se si considerano le difficoltà incontrate da questo cantante, chitarrista e autore dell’Illinois. Salutato inizialmente come il prossimo divo della chitarra folk (nella linea di Tim Buckley, John Martyn, Bert Jansch), ha dovuto lottare contro varie dipendenze, mentre si dedicava a progetti strambi come un album di cover di un altro album (il mai pubblicato TheLilly white Sessions, della Dave Matthews Band). Alla fine, a quanto scrive chi lo ha conosciuto dall’inizio, Course in Fable rappresenta la liberazione e la maturazione, con esiti imprevedibili: suona (quasi) come un album di progressive rock dei primi anni Settanta, magari non di uno dei gruppi canonici, ma di quelli esclusi per poco dal pantheon, come i Family, ingiustamente dimenticati. E dire che Walker ha trentadue anni.

St. Vincent, Daddy’s Home (℗ 2021 Loma Vista Recordings, Distributed by Concord)

St. Vincent è il nome d’arte di Annie Erin Clark, cantante, autrice, chitarrista nata in Oklahoma poco meno di quarant’anni fa, residente a Dallas, Texas. Daddy’s Home è il suo settimo album (a partire dal 2007), contando anche quello realizzato nel 2012 insieme a David Byrne. I suoi modelli, come si intuisce da quest’ultimo particolare, sono tutti situati nell’ambito del rock alternativo, o di quella che negli anni Ottanta si chiamava new wave, o anche new age (in un’accezione diversa da quella che poi ha prevalso): da David Bowie a Kate Bush, ai King Crimson (quelli con Adrian Belew), ai Talking Heads, a Tori Amos. Le influenze di solito non bastano, ma qui sono abbastanza suggestive. Il titolo dell’album, Daddy’s Home, si riferisce al ritorno a casa del padre, dopo una carcerazione non breve, per malversazioni finanziarie. Finora St. Vincent ha affrontato le durezze della vita con energia e intelligenza davvero eccezionale, anche in musica.

Angélique Kidjo, Mother Nature (℗ 2021 Decca Records France)

È forse più facile leggere per intero il nome di Angélique Kidjo (Angélique Kpasseloko Hinto Hounsinou Kandjo Manta Zogbin Kidjo) che elencare le registrazioni, le collaborazioni, i progetti artistici, le attività sociali della cantante del Benin, in quarant’anni di carriera. Mother Nature, il diciottesimo album in studio, non può che riassumere i diversi aspetti della sua vita musicale, iniziata in coincidenza quasi perfetta con la prima fase della diffusione di quella che poco più tardi (nell’estate del 1987) sarebbe stata chiamata World Music. Nelle diverse tracce dell’album sono presenti artisti di fama recente, ma anche “vecchi leoni”, come il pioniere dell’afro-beat Salif Keita, o lo stesso Sting, appena riconoscibile come seconda voce nella canzone che dà il titolo all’album. Difficile, del resto, competere con la voce grintosa della “prima diva africana”, come ha intitolato Time.

 
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