Centenario Rivoluzione Russa

Da un colpo di Stato la più grande delle Rivoluzioni

di Emilio Gentile

Nessuno aveva previsto, prima del novembre del 1989, il rapido disfacimento dell’impero sovietico, nato nell’ottobre del 1917 da una delle rivoluzioni meno cruente dell’età contemporanea e che subito diede origine a uno dei regimi più spietati della storia umana. Nessuno aveva previsto all’inizio del 1917 il disfacimento della monarchia zarista dei Romanoff, una delle ultime autocrazie assolute dell’Europa moderna, spazzata via in pochi giorni da una rivoluzione di folla senza capi.

Non lo aveva previsto neppure Lenin, che da oltre trenta anni lottava per compiere la rivoluzione in Russia. Il fondatore e capo del partito bolscevico viveva allora a Zurigo. Il 22 gennaio 1917 tenne un discorso a un gruppo di giovani operai ai quali manifestò la sua inflessibile convinzione che nell’Europa della Grande Guerra covava, prossima ad esplodere, la rivoluzione proletaria per abbattere il capitalismo e realizzare il socialismo. Eppure Lenin concluse con una nota malinconica, guardando alla futura rivoluzione proletaria come Mosè aveva visto da lontano la terra promessa, dove lui non sarebbe giunto. “Noi vecchi - disse Lenin, che aveva allora quarantasei anni - non vedremo forse le battaglie decisive dell’imminente rivoluzione”.

 

Il suo pessimismo scaturiva dalle esperienze politiche a capo del partito bolscevico come dalle vicende personali. Lenin e la moglie vivevano allora in gravi ristrettezze finanziarie, abitavano in una stanza in affitto e pranzavano in una pensione con criminali e prostitute. Per il suo carattere autoritario e la sua intransigenza, fin dal 1914 aveva rotto con quasi tutti i socialisti europei, con tutti i socialisti russi, e persino con gran parte dei bolscevichi, alcuni dei quali lo consideravano un pazzo. Un futuro dirigente del regime bolscevico, Leonid Krasin, fra i principali raccoglitori di fondi per il partito bolscevico, rifiutò di aiutarlo: “Lenin non merita aiuto. È un distruttore e non si può dire quale assurdo piano possa improvvisamente scaturire dal suo cranio di tartaro”. Alle masse russe il nome di Lenin era sconosciuto. In tutto il vasto impero russo, con oltre 170 milioni di abitanti all’inizio del 1917, gli attivisti bolscevichi erano una decina. I capi erano in prigione o in esilio.

 

Per Lenin fu il periodo più infelice della sua vita di rivoluzionario. “Mai, credo - ha raccontato la moglie Nadja - Vladimir Ilijch fu di umore più cupo che durante gli ultimi mesi del 1916 e i primi mesi del 1917”. Rimase incredulo quando un compagno irruppe nella sua stanza gridando che in Russia era scoppiata la rivoluzione. Tornò in Russia con un treno messo a disposizione dal governo tedesco, attraversando la Germania. La notte del 16 aprile 1917, alla stazione Finlandia di Pietrogrado, Lenin giunse nel “paese più libero del mondo”, come lui stesso lo aveva definito in un articolo sulla Pravda, il giornale del partito bolscevico. Fu accolto trionfalmente. Ma appena sceso dal treno proclamò che bisognava conquistare il potere contro il governo provvisorio e iniziare la rivoluzione socialista. Persino i suoi compagni pensarono che il loro capo avesse perso la testa. E nei successivi sei mesi, dalla Finlandia dove era fuggito a luglio per non essere arrestato, Lenin continuò a incitare i bolscevichi a conquistare il potere lanciando le parole d’ordine: “pace, pane, terra”. Ma quando di nascosto tornò a Pietrogrado all’inizio di ottobre per dare inizio all'insurrezione, gli altri capi bolscevichi furono esitanti fino all’ultimo momento. Solo Trockij, una recente recluta bolscevica, condivise con Lenin, all'inizio di ottobre, la decisione dell’insurrezione armata e ne fu il principale artefice.

 

Quando la notte del 24 ottobre l’insurrezione iniziò, a Pietrogrado erano aperti teatri e ristoranti. Tutto si svolse con rapidità, senza mobilitazione di masse all’assalto del potere e senza violenti scontri a fuoco. Durante la rivoluzione armata dei bolscevichi ci furono meno vittime della spontanea rivoluzione popolare di febbraio. Trockij disse: “Ci avevano detto che l’insurrezione avrebbe sommerso la rivoluzione in fiumi di sangue. A nostra conoscenza, non c’è stata una sola vittima”. E da storico della rivoluzione russa, scrisse anni dopo: “Di manifestazioni, di battaglie di strada, di barricate quasi non ce ne furono, non ci fu niente di tutto quello che si intende normalmente per insurrezione”.

Non ci fu nulla di epico e di eroico nella rivoluzione di ottobre. Lenin, che viveva nascosto, raggiunse in tram e a piedi il quartier generale del partito bolscevico, travestito da operaio, col volto rasato e una parrucca sulla testa calva. Fu quasi per essere arrestato da una guarnigione governativa. Poche ore dopo, Lenin proclamava decaduto il governo provvisorio, senza essere però sicuro che i bolscevichi, un partito ancora di minoranza rispetto agli altri partiti rivoluzionari russi, avrebbero conservato il potere.

 

Dalla inflessibile volontà rivoluzionaria di Lenin, aiutata dal caso e dalle circostanze, scaturì la più universale fra le rivoluzioni dell’epoca moderna. Nacque, con l’aiuto del caso e di circostanze impreviste, unicamente per l’inflessibile volontà di un solo uomo che intuì la necessità di afferrare l’attimo fuggente per conquistare il potere, rischiando tutto per tutto, animato dalla sua fede nell’avvento inevitabile della rivoluzione sociale mondiale, attraverso un partito di rivoluzionari di professione, capaci di imporre la dittatura del proletariato per realizzare il socialismo.

Dopo due anni di feroce guerra civile e di spietato terrorismo, Lenin e il partito bolscevico conquistarono il dominio assoluto in uno dei più vasti Stati del mondo e lo resero il centro propulsore di un movimento comunista internazionale che ebbe seguaci in tutti i continenti, diventando il fenomeno più universale della storia umana, dopo il cristianesimo e l’islamismo. Movimento eminentemente politico, il comunismo generato dalla rivoluzione di ottobre assunse rapidamente il carattere di un movimento religioso secolare, che ebbe nella figura di Lenin, morto nel gennaio 1924, il suo fondatore. Dopo il 1917, Lenin divenne un mito popolare mondiale.

 

Nel suo nome i suoi successori costruirono in Russia un immenso Stato totalitario sul quale si impose dopo il 1929, come dittatore assoluto, il georgiano Stalin, un uomo che Lenin alla vigilia della sua morte aveva deplorato per la sua brutalità. Dopo il 1945, uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale, nel nome di Lenin e di Stalin il regime generato dalla rivoluzione di ottobre divenne un impero comunista che si estendeva dall’Europa centrale all’Oceano Pacifico.

Di quell’immenso impero, nulla oggi rimane. Solo la mummia imbalsamata del suo fondatore.