India e Occidente

Storia di un rapporto fecondo e impossibile

In concomitanza con la serie di eventi organizzati dal LAC sotto il cappello di Focus India, la Rete Due si fa indiana offrendo una settimana speciale, dall'11 al 18 novembre, di approfondimenti sull'affascinante mondo indiano, fitto di filosofie, religioni, immaginari, miti ed arti. Qui nel dettaglio la locandina degli appuntamenti: Rete Due si fa indiana

 

di Mattia Cavadini

L’India è il paese dei contrasti: il paese della povertà materiale e della ricchezza spirituale, emblema dell'esotismo salgariano e insieme antica patria ancestrale. Luogo che, come scriveva Giorgio Manganelli, parla di disfacimenti e di immortalità, di lebbra e di idoli; luogo di templi e di lebbrosi, dal quale il sorriso di Buddha o di Śiva non sono mai stati cancellati, morbidi e incomprensibili, estatici e mortali.

L’interesse occidentale verso la sacra contraddizione dell’India ha avuto nei secoli ricadute nella religione, nella letteratura e nel cinema, come testimoniano le riflessioni sull'induismo e sul buddhismo di Schopenhauer, l’opera letteraria Siddhartha di Hermann Hesse, le analisi antropologiche di Carl Gustav Jung, i romanzi popolari di Kipling ed Emilio Salgari, la cinematografia di Rossellini e Pasolini, solo per citare alcuni esempi.

Un rapporto complesso e fecondo, quello tra le due culture, che si intensifica soprattutto a partire dal Settecento (con la penetrazione delle potenze europee) grazie all’opera di intellettuali inglesi, francesi e soprattutto tedeschi, a partire dal fondamentale saggio Sulla lingua e la sapienza degli indiani, pubblicato nel 1808 da Friedrick Schlegel. Secondo Schlegel il sanscrito sarebbe la lingua perfetta, rispetto alla quale le lingue derivate rappresenterebbero stadi successivi di un processo di decadenza; Schlegel inoltre, disgustato dal materialismo e dal razionalismo europei, si mostra profondamente attratto dalla spiritualità indiana.

 


Agli intellettuali tedeschi si deve inoltre l’immagine mitica e spirituale dell’India che si diffonde in tutta Europa: Johann Gottfried Herder è commosso dalla dolcezza degli indiani e dal loro amore per la natura, mentre per Johann Joseph von Görres l’India è l’Urwelt, la terra in cui l’intero cielo si effonde in magiche visioni e tutte le immagini si librano nel profondo della nostra anima come ombre lontane. La spiritualità indiana influenza soprattutto la letteratura e la filosofia, come dimostrano il successo in Occidente dei testi sacri hindu, l’influsso del Sakontala sul Faust di Goethe, e le attente riflessioni di filosofi del calibro di Hegel, Schopenauer e Nietzsche.


È però soprattutto con la pubblicazione nel 1922 di Siddharta di Herman Hesse che l’India diventa meta imprescindibile del Pellegrinaggio in Oriente, pellegrinaggio inteso come cammino fisico e metafisico di riscoperta di se stessi. Un viaggio cui si sottopongono, in tempi recentii, grandi star internazionali, in primis i Beatles, che (assieme ad altri personaggi come Mia Farrow, Mike Love dei Beach Boys, Mick Jagger e Marianne Faithfull) alla fine degli anni ’60 trascorrono un periodo di ritiro presso il celebre Ashram di Maharishi Mahesh Yogi. La musica pop scopre in questo modo nuove sonorità e altri mondi. Ai Beatles fanno seguito Bob Dylan (che assurge a maestro Zen), Van Morrison (che canta di viaggi astrali). Sconfinando nel progressive rock, i Van der Graaf cercano l'illuminazione negli spazi interstellari, mentre i King Crimson attingono a un Medioevo magico. Sylvian è guidato da guru femminili. Brian Eno ravvisa una nuova percezione dello spazio nelle ambientazioni del Nirvana. In Italia, Scelsi compone su una sola nota.


Come si può osservare, l’interesse occidentale è calamitato in prevalenza dalla spiritualità che l'India effonde, cui si accompagna anche la fascinazione per la poesia: da quella religiosa degli inni vedici a quella erotica del Kamasutra. A un certo punto poi, tramite gli studi di filologia, l’India acquista anche l'aura dell’antica patria perduta: evidenti analogie emergono ad esempio dal confronto degli inni vedici con la cosiddetta poesia scaldica della tradizione nordica.


In conclusione, si può affermare che l’India rappresenta l’immagine dell’altro, il soggetto diverso che affascina e aiuta a crescere, in un rapporto dialogico. Soggetto diverso, si diceva, perché, al fondo, sussiste un contrasto irriducibile. Nella tradizione occidentale, infatti, l’accento è posto sin dall’inizio sull’individuo piuttosto che sul Tutto. Le organizzazioni statali, i sistemi politici, ruotano tutti attorno all’individuo, che è il protagonista. È, questo, un filo rosso che risale alla polis greca, al concetto stoico e cristiano di persona e continua con l’umanesimo, l’illuminismo, il liberalismo, la democrazia e il socialismo democratico. Questo aspetto, che connota la tradizione ebraico-cristiana, rappresenta la differenza sostanziale tra la civiltà occidentale e quella orientale. Se si prende la Bhagavadgītā, infatti, il testo sacro indiano, si vede che la priorità è attribuita all’Uno, al Tutto. L'io (l’individuo) è per i vedantici illusione; lo scopo ultimo è l'elevazione dell’anima e la sua fusione nel Brahman, o in altri termini la liberazione spirituale dall’esistenza. Vero è che questo rappresenta lo scopo anche della mistica occidentale e che molti cristiani (dal benedettino Henri Le Saux al domenicano Raimon Panikkar) hanno ravvisato una similitudine tra la Trinità cristiana e l'Advaita upanishadico (l’Uno, il Tutto, la non-dualità), ma la grande differenza è che questa concezione in India è un’esperienza spirituale diffusa e radicata nella popolazione, mentre in Occidente è appannaggio solo dei mistici o di studiosi delle religioni.