Son tornate le rose di natale

Com'è possibile coniugare l'incanto con il lavoro?

di Mattia Cavadini

Nella tragedia delle Baccanti risuona stentorea la domanda: che cos’è sapienza? Cui fa eco una risposta bella e terribile: ciò che appartiene a sapienza non è sapienza. In altre parole: nessun sapere è sapiente. Alla fine, il drammaturgo greco consegna la scena al vuoto, indicando che la sapienza è custodita nel silenzio inscenato dalla scena deserta.

Cos’hanno il silenzio e il vuoto che la parola e la coreografia non possiedono? La possibilità di essere riempiti, riempiti di altro o riempiti dell’Altro. Devi liberarti di tutte le tue attività e ridurre al silenzio tutte le tue facoltà, scriveva Meister Eckhart, se vuoi che si compia davvero la rinascita. E, a proposito del vuoto, asseriva: L’uomo deve starsene vuoto di ogni sapere, di ogni volere e di ogni possesso, come faceva quando ancora non era, e lasciare che Dio operi quello che vuole.

 

Ma non è di mistica che intendo parlare, bensì del vuoto e del silenzio che occorre portare dentro la vita quotidiana, per alimentarla e abbellirla. Certo, visto che l’organizzazione del lavoro continua ad assecondare il taylorismo più radicale, è evidente che io non posso introdurvi, come avrebbe voluto Adriano Olivetti (approfondisci qui) nella sua azienda, momenti di silenzio (e questo nonostante Olivetti abbia dimostrato come questi momenti siano utili non solo all’arricchimento personale ma anche al risultato aziendale). Ma io posso e debbo introdurre momenti di silenzio nella mia quotidianità, lasciando che essi, secondo percorsi euforici, si ripercuotano all’interno dei rapporti sociali, ad esempio tralasciando di contendere a parole ogni questione, consegnando le relazioni alla gioia dell’ascolto e consentendo, infine, all’altro di parlare liberamente.

Jung, grande esponente della psicanalisi, ha nutrito la sua anima di silenzio. Nell’ultima fase della sua vita (a partire dai 50 anni) ha abbandonato la città, ed è andato a vivere sul lago di Zurigo, dove ha progettato e costruito una casa (la mitica Torre di Bollingen) con le sue mani. Per Jung il lavoro manuale era eros allo stato puro: sensualizzava l’esistenza. In questa casa ha vissuto a contatto, tra cielo e terra, con la natura. Eppure non si è sottratto dal suo ruolo sociale: ha scritto libri poderosi, e ha continuato a svolgere l’attività di psicoterapeuta. Una parte dell’élite europea andava in cura da lui. Ciononostante metà del tempo (sei mesi all'anno) lo dedicava al vuoto e al silenzio: Io non ho bisogno né di pregare, né di sapere, né di aver fede. Io so. Io vado nei boschi e ci trovo Dio. Con questa sua pratica di silenzio quotidiano, seppe ascoltare gli altri, analizzarli, vederne l’anima, illuminando legami inusuali e inusitati (fra l’io e il sé, fra la psiche e l’archè).
 

 


Tutto questo semplicemente per dire che non serve essere Teresa d’Avila o San Giovanni della Croce, e nemmeno Carl Gustav Jung, per introdurre momenti di silenzio nel percorso quotidiano e farli riverberare nei rapporti sociali. Basta andare un paio di ore al giorno nei boschi e incantarsi allo sbocciare delle rose di natale, nel culmine del freddo, con il loro cuore bianco e dorato. Questa estasi è appannaggio di tutti. Ed è necessaria per vedere il mondo (e gli altri) non da un punto di vista strumentale ma come incanto. Fare questo significa compiere una rivoluzione mentale, culturale e spirituale, che ha ampie ricadute dentro il lavoro e la quotidianità.