Virgilio Gilardoni

Quei macigni gettati nello stagnoe

di Mattia Cavadini

Il Canton Ticino ha conosciuto poche persone in grado di scuoterlo e ravvivarlo culturalmente come Virgilio Gilardoni. Intellettuale dinamico, poliedrico e geniale, Gilardoni è riuscito a fare ciò che nemmeno ad Ercole sarebbe stato possibile: gettare macigni in uno stagno piatto, facendo emergere al suo centro una piccola isola ricreativa. Un lavoro immane, che lo stagno, inesorabilmente, si è rimangiato, ma che è un dovere  morale ricordare.

 

Nato a Mendrisio il 13 novembre 1916, Virgilio Gilardoni frequentò la magistrale a Locarno. Dopo un breve soggiorno a Parigi, seguì i corsi universitari alla Cattolica di Milano, presso la Facoltà di filosofia. Nel 1939, in procinto di laurearsi, venne espulso dalla polizia fascista. Rientrò quindi a Locarno, dove sviluppò un'intensa attività di promozione culturale. Nel 1946 fondò il Circolo del Cinema, allestendo programmi di valenza internazionale, promuovendo i capolavori di Ejzenstein, Carné, Clair, Renoir, Rossellini, Visconti, Lang, Lubitsch e altri. L’amore per il cinema lo portò a scrivere la sceneggiatura del film Al canto del cucù e a curare in prima persona le locandine dei programmi del Circolo del Cinema, diventato nel frattempo Circolo delle Arti. Un cambiamento di nome che indica l’ampiezza degli interessi artistici di Gilardoni, intellettuale a tutto tondo, dal forte carisma e dalla forte propensione all’attivismo.

Accanto agli eventi cinematografici, Gilardoni a Locarno promosse mostre d’arte, nella casa del Negromante, aprendo le porte alla nascente generazione di artisti lombardi e ticinesi (Dobrzanski, Morlotti, Genucchi, Cavalli…). La passione per l’arte si esplicò anche nella ricerca, con la pubblicazione dei volumi L'impressionismo (1951) e Corot (1952). La casa del Negromante volse lo sguardo anche alla scena letteraria, ospitando le voci di Orelli e Bonalumi, a riprova di una sensibilità interdisciplinare. La Casa assurse a laboratorio artistico e culturale, offrendo al pubblico gli stimoli per una crescita intellettuale senza precedenti.

 

Virgilio Gilardoni non è stato però solo un appassionato d’arte. È stato innazitutto un cittadino, interessato alle dinamiche della polis, amante della verità storica, censore delle ingiustizie, insofferente agli intrallazzi della politichetta. Storia, società e politica: in questa triade risiede l’altra faccia di Virgilio Gilardoni, quella impegnata e scomoda al potere. Una triade da prendere in toto. Per Gilardoni, infatti, l’interesse per la storia (e per la società) non si esauriva nella ricerca, ma implicava sempre una presa di posizione etica e civile. Parlare di storia o di società, significava esprimere opinioni, trarre conseguenze, ex-ducere (educare). Contrariamente a quanto veniva fatto nelle accademie, Gilardoni, con i suoi studi, ha cercato di collegare il passato al presente, annunciando il futuro. La palestra in cui Gilardoni intraprese questo lavoro di storico militante fu soprattutto quella dell’Archivio storico ticinese, rivista da lui fondata nel 1960 e diretta fino alla morte (2 novembre 1989).

 

I lavori, però, che meglio incarnano la personalità di Virgilio Gilardoni, la sua necessità di coniugare indagine storica e impegno civile, sono Il Romanico (1967) e la Postfazione alla Svizzera italiana (1989) di Stefano Franscini.

Sebbene il titolo non sembri concedere margine alla riflessione etica, il libro Il Romanico si presenta come un vedemecum indispensabile per chi voglia conoscere il Canton Ticino, il suo passato e il suo presente. In esso c’è di tutto, anche ciò che non è romanico. È un compendio che introduce ai monumenti del Cantone, con precise annotazioni storiche, archeologiche, etnografiche, ed al contempo con allusioni e spigolature rivolte al presente.

La Postfazione alla Svizzera italiana di Stefano Franscini rappresenta il testamento spirituale di Gilardoni (che vedeva nello statista ottocentesco il suo alter-ego). Descritto come ribelle, cisalpino, rivoluzionario ed educatore, il ritratto di Franscini ha due meriti: il primo è quello di aver liberato il mito di Franscini dell’etichettatura partitica e averlo consegnato alla storia del Cantone e dei suoi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza politica; il secondo è quello di aver indicato il modo in cui Gilardoni avrebbe amato essere ricordato: come un rivoluzionario, un cisalpino, ma soprattutto un uomo che ha amato la sua terra e che ha fatto di tutto per consegnarla migliore di quella che ha ereditato. Sulla scia dei maestri ottocenteschi (Romeo Manzoni, Carlo Cattaneo e Stefano Franscini) Virgilio Gilardoni ha cercato di fare del bene al Canton Ticino, lo ha aiutato a crescere, lo ha educato e svecchiato, opponendosi con tutte le sue forze alle onnipresenti e onnipervasive tendenze regressive.