(© René Burri)

Ernesto Che Guevara

La biografia, l’icona, il brand

di Mattia Cavadini

Ernesto Guevara de la Serna, detto il Che, nasce il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina. Figlio di una famiglia borghese, studia medicina all'Università di Buenos Aires. Durante il periodo di formazione universitaria visita a più riprese il Sud e Centro America. La povertà sociale e l'oppressione dei regimi dittatoriali, unite al suo interesse per il marxismo, lo convince che l'unica soluzione ai problemi della sua terra sia la rivoluzione armata. Nel 1954 si reca in Messico e l'anno seguente incontra il leader rivoluzionario cubano Fidel Castro. Guevara entra a far parte del Movimento del 26 luglio di Castro, dove gioca un ruolo chiave nel successo della guerriglia contro il dittatore cubano Fulgencio Batista. La guerriglia dura due anni e mezzo, e il comandante Che Guevara si segnala per il suo coraggio, ai limiti dell’incoscienza.

Il regime di Batista viene rovesciato nel 1959. Castro assume il potere e assegna al Che la mansione dapprima di presidente della Banca Nazionale di Cuba, quindi di ministro dell'industria. Strenuo oppositore degli Stati Uniti, il Che si schiera per un allineamento di Cuba con l'Unione Sovietica. L'economia cubana rallenta a causa delle sanzioni commerciali americane. Guevara, nei panni di ministro, si sente in trappola ed esprime il desiderio di abbandonare il ruolo istituzionale per andare a diffondere la rivoluzione marxista nei paesi in via di sviluppo.

Il Che lascia Cuba nel 1965 e si reca in Africa, in particolare in Congo, con l’intenzione di addestrare le forze ribelli alla guerriglia. I suoi sforzi falliscono nel 1966. Rientra dapprima a Cuba, e poi si trasferisce in Bolivia per guidare le forze antagoniste al governo di René Barrientos Ortuño. Con l'aiuto della Cia, l'esercito boliviano riesce a catturare Guevara e un drappello di suoi combattenti. Viene giustiziato il 9 ottobre 1967 nel villaggio boliviano di La Higuera. Sepolto in un luogo segreto, il suo corpo viene riesumato nel 1997 e restituito a Cuba, dove è venerato come eroe della Rivoluzione.

 

 

L’icona

Ucciso, dopo essere stato fatto prigioniero, da un sottoufficiale ubriaco che gli spara una raffica di mitra nel torace, il Che assurge a eroe romantico. Giovane, bello, trucidato in modo nefasto, il suo cadavere mostra una somiglianza straordinaria con l’iconografia cristica. La sua fine assume i contorni della leggenda. In America Latina il guevarismo verrà preso come modello dalle guerriglie urbane degli anni Settanta, e in Europa diventerà il simbolo della rivolta studentesca. I movimenti del ’68, bisognosi di esempi eroici e di miti fondativi, abbracceranno senza soluzione di continuità la sua icona. Il guevarismo accenderà entusiasmi, alimenterà slogan e illusioni. La figura del Che sarà oggetto di molteplici venerazioni letterarie: Sartre definirà il Che l’uomo più completo del suo tempo, il surrealista André Pieyre de Mandiargues lo assocerà all’eroe poetico assoluto, e Miguel Angel Asturias lo celebrerà come l’espressione di un romanticismo autentico, del sacrificio eroico. Ed è così che l’icona del Che prende il posto della sua biografia. Simbolo del volontarismo eroico, della ribellione pura e incondizionata, il Che viene spossessato della dimensione storica e ideologica, perde i suoi connotati di fautore del marxismo e diventa, trasversalmente, il simbolo del combattente e dell’eroe romantico. La sua immagine si spalma anche all’interno di drappelli destrorsi, inneggianti al volontarismo e all’eroismo di guerra (drappelli che celebrano il Che alla stregua di un d'Annunzio, o un Malraux).

Al processo di iconizzazione dell'eroe sudamernicano contribuiranno due mitici scatti fotografici: quello di Korda, che ritrae il Che mentre sta per salire sul palco di una piazza affollata e quello di Burri, che lo immortala col sigaro in bocca, comandante e ministro di Cuba. Due immagini che andranno incontro a una fortuna esplosiva, e che si vendono ancora oggi a milioni di esemplari su poster, cartoline e magliette. Il Che compie così la sua ultima trasformazione, da icona e brand. Un brand usato, comprato e venduto da persone che non si interessano necessariamente alla sua storia, ma intensamente alla sua immagine, a quel marchio che fa fighi e originali (senza implicare alcuna azione o pensiero).

 

Il brand

Nel mondo branderizzato di oggi, in cui sei quello che indossi, il Che è un’immagine con cui vestirsi (da abbinare preferibilmente con i jeans strappati e gli stivali in pelle). Della sua vicenda non resta nulla. Il brand, del resto, cancella ogni dolore, rende superflua la biografia, azzera la memoria. In un’epoca in cui ogni cosa è virtuale, dove la realtà è sostituita da una miriade di immagini, di post e di marchi, risulta difficile pensare che ci sia stato un tempo in cui la gente, soprattutto i giovani, si battevano per le loro idee e per un mondo migliore. E risulta difficile pensare che fra questi giovani, ci fosse anche il Che.

Eppure è importante che anche il modo branderizzato lo sappia: il Che non era un marchio, non era un attore che recitava la parte del comandante, ma era un guerrigliero, che ha combattuto, che si è ribellato, che ha ucciso, e che, dopo la guerriglia e la conquista di L’Avana, si è macchiato dell'infamia di processare e condannare a morte numerosi sostenitori di Batista. Certo, si trattava perlopiù di assassini, stupratori, militari degli squadroni della morte, ma occorre che si sappia la vera storia (di lacrime e sangue) di un rivoluzionario, e che la sappiano soprattutto quelle persone per le quali il Che è un marchio virtuale della cultura consumistica.

Il Che fu un guerrigliero che si macchiò di sangue, con l’intenzione di liberare le terre del Centro e del Sud America dai regimi dittatoriali, inseguendo l’utopia rivoluzionaria di creare un mondo migliore e un uomo nuovo, utopia che gli costò la vita.