Il '68, cinquant'anni dopo

L'anno in cui i giovani accarezzarono l'impossibile

Per celebrare la ricorrenza sono previste numerose iniziative, anche in RSI. Al Museo storico di Berna è in corso l'esposizione "1968 Svizzera", fino al 17 giugno 2018.


di Barbara Camplani

Siate realisti: chiedete l’impossibile!  Sono trascorsi cinquant’anni da quando quello slogan, insieme ad altri simili, risuonava e sventolava in ogni angolo del mondo. Era il 1968: l’anno simbolo del movimento hippy e delle proteste contro la guerra in Vietnam; l’anno delle rivolte del maggio parigino, focolaio di un malcontento e di una voglia di cambiamento che da lì a pochi mesi si sarebbe propagata in tutte le maggiori città europee. L’anno in cui – per un’intera generazione di giovani – l’utopia pacifista, internazionalista e libertaria sembrò davvero a portata di mano. Bastava scrollarsi di dosso le catene, allungare le dita e afferrarla.


 

 

 

Contro cosa si ribellavano i giovani sessantottini?

A fungere da catalizzatore era il rifiuto di ogni forma di autoritarismo, inteso in senso ampio e trasversale. Rispetto alle contestazioni storiche (che avevano fatto della denuncia dello sfruttamento economico e delle disparità sociali i propri cavalli di battaglia), il movimento del '68 mostrava una forza di fuoco ad ampio raggio. La protesta coinvolgeva infatti l'intero ordine delle cose, scagliandosi contro più nemici, dai costumi sociali (di stampo bigotto) ai drammi internazionali (il Vietnam, la morte del Che, la primavera di Praga), dall'imposizione di una cultura dominante alla repressione sessuale.

In Svizzera le proteste furono meno spettacolari che altrove, ma costituirono comunque un’esperienza decisiva. La Confederazione stava attraversando anni di cambiamenti e di contraddizioni profonde. Il boom economico del secondo Dopoguerra aveva portato anche le fasce più disagiate al benessere, ma lo sviluppo socio-culturale faticava a tenere il passo. A differenza del resto d’Europa le donne svizzere non avevano ancora il diritto di voto, vigeva il divieto di convivenza per le persone non sposate, circolavano censure e pregiudizi.

San Gallo, 1966: un cartello vieta l'entrata agli hippies (Keystone)

 

I disordini a Zurigo, dai Rolling Stones al Globus Krawalle

Le prime tensioni si erano palesate nel 1964, con l’Expo a Losanna. Gli organizzatori (fra cui l’architetto ticinese Alberto Camenzind) accolsero alcune installazioni innovative, mostrando adesione nei confronti delle nuove spinte culturali che invitavano a rompere con la tradizione folcloristica, ma al contempo scartarono le proposte più audaci. Questa operazione attirò le critiche sia dei conservatori sia dei progressisti.

Il bisogno di dare maggiore spazio alla cultura alternativa (la cosiddetta controcultura) fu una delle principali rivendicazioni dei giovani sessantottini. Dove per controcultura intendevano quella impegnata politicamente, ma anche le avanguardie artistiche "scandalose" del Living Theatre (esibitosi a Ginevra nell’estate del ’68) e le novità musicali che soffiavano dall’Inghilterra e dagli States. Nel 1967 Jimi Hendrix e i Rolling Stones fecero per la prima volta tappa in Svizzera. Accolti da un delirio e un'esaltazione collettivi, il concerto degli Stones finì in un pandemonio di fumogeni e sedie sfasciate.

L’apice della contestazione e della violenza avvenne a Zurigo, nel giugno del ’68. Da settimane studenti e apprendisti avevano occupato alcuni stabili abbandonati dei magazzini Globus per creare un centro giovanile autonomo, ma le autorità cittadine, non tollerando tali forme di autogestione promiscue e anarcoidi, ordinarono lo sgombero. All’indomani più di cinquecento giovani scesero in piazza per protestare, andando incontro a repressioni di una violenza mai vista in Svizzera. Gli scontri, poi ribattezzati Globus Krawalle (“la rivolta del Globus”), provocarono decine di feriti e, più tardi, pesanti accuse da parte della stampa per l’eccesso di brutalità usata dalle forze dell’ordine.

 

 

E a sud delle Alpi? L'occupazione alla Magistrale

Parallelamente scoppiavano le proteste nelle università, da Friburgo a Losanna, da Ginevra a Neuchâtel. Le scuole superiori si erano finalmente aperte alle masse, raddoppiando il numero di iscritti (da 15mila studenti in Svizzera nel 1960 a quasi 30mila nel 1968). Poco, però, era cambiato nella loro impostazione di fondo. Le folle studentesche esigevano uno svecchiamento dei programmi di studio e dell’insegnamento obsoleto e la possibilità di partecipare attivamente alla politica universitaria.

Animati da queste motivazioni, nel marzo del ’68 circa trecento studenti della Scuola Magistrale di Locarno occuparono l’aula 20 per tre giorni. Fu istituita un’assemblea permanente dove gli occupanti discutevano, stampavano un proprio giornale, comunicavano con la stampa e stilavano una “Lista di dieci modifiche” da attuare nella scuola. Il Dipartimento della Pubblica Educazione del Canton Ticino promise riforme e insediò un nuovo preside, ma passò parecchio tempo prima che arrivassero innovazioni sostanziali.

 

Ginevra, maggio 1968: manifestazione giovanile contro l'esercito (Keystone)

 

Una spinta per l'emancipazione, soprattutto femminile

Era la rivoluzione? Probabilmente no. Dopo l’iniziale impeto libertario e iconoclasta, al Sessantotto mancò il secondo atto, cioè una progettualità ideologica che fosse capace di indicare la direzione da prendere. Nel giro di pochi mesi quell’onda anomala e gigantesca si ritirò nel disimpegno, in forme di attivismo politico più convenzionali o ancora, soprattutto in Italia, nell’estremismo della lotta armata. Secondo alcuni il movimento sessantottino finì il 12 dicembre 1969, con la strage di Piazza Fontana a Milano.

Il primo atto però – il rogo delle imposizioni e la festa sulle loro ceneri – fu grandioso, fondamentale per la liberazione dei costumi dei cittadini svizzeri. Come si è visto recentemente nel film L’ordine divino di Petra Volpe, incentrato su una combriccola impacciata ma tenace di suffragette argoviesi, il Sessantotto diede inoltre una spinta decisiva all’emancipazione delle donne, sia in campo sessuale – anche grazie allo sdoganamento della pillola anticoncezionale – sia in quello politico.

Forse non era la rivoluzione. Ma fu rivoluzionario, senza dubbio.


 

Si veda anche il dossier «Il sogno di una cosa»  su lanostraStoria.ch.
E l'appronfondimento «Di cosa parliamo quando parliamo di '68».