Il lavoro, la macchina e noi

Diventeremo macchine gestite da macchine?

di Maria Chiara Fornari

I progressi scientifici nell'ambito dell'intelligenza artificiale negli ultimi anni sono stati indiscutibilmente grandiosi. 

Gli studiosi hanno portato per tre volte dei prodotti dell'intelligenza artificiale a superare il test di Turing, il test che rileva se il comportamento di una macchina sia indistinguibile da quello dell'uomo. Dapprima il computer pensante che si comporta come un ragazzino di 13 anni sviluppato a San Pietroburgo, poi un testo elaborato da un computer, come l'avrebbe potuto scrivere un umano. Il che fa pensare che presto al posto nostro ci saranno delle macchine scriventi. Infine due anni fa all'MIT è stata sviluppata una macchina che dopo aver visionato 1000 video muti e 46.000 suoni è stata in grado di accumulare sufficiente "conoscenza" da elaborare un sonoro coerente ad un video che ne era privo.

 

 

È andata così, mentre noi da almeno cinquant'anni sprofondiamo nei nostri divani godendoci le immagini avveniristiche e stupefacenti dell'astronave Enterprise (Star Trek, 1966-69) o, più di recente, della serie americana di successo Westworld, ispirata a Il mondo dei robot di Michael Cricton (1973) di cui è appena stata annunciata la seconda serie, gli ausili tecnologici e i robot, più o meno amici o nemici, nel bene o nel male, rappresentanti di stupefacenti mondi di finzione, sono entrati nelle nostre vite.  La realtà ci stupisce con gli effetti speciali e ci annuncia che presto Data, il mitico androide di Star Trek, potrebbe andare ad occupare il nostro posto in ufficio.

 

Il futuro è oggi

Il mondo va cambiando, trent'anni fa quando ho iniziato a lavorare alla radio battevo i polpastrelli su una macchina da scrivere e la copia per il tecnico la creava la carta carbone che infilavo nel rullo tra i due fogli bianchi. Oggi scrivo su un computer e ai giovani che passano in redazione quando racconto queste gesta di paleontologia giornalistica scappa giustamente da ridere.

Sta di fatto che avremo molto presto parecchio tempo per ridere un po' tutti. Il mondo del lavoro è cambiato e continua a cambiare e lo fa talmente velocemente, grazie alla tecnologia, che spesso rischiamo di non avvedercene a sufficienza.

L'economia della condivisione, la cosiddetta sharing economy ci fornisce app performanti che ci aiutano a stracciare i tempi e offrire servizi migliori e soprattutto molto più velocemente di prima. Quando poi ci troviamo in una città dove i taxisti sono in sciopero per la concorrenza che subiscono da Uber, allora ci rendiamo conto di colpo che non solo ci toccherà raggiungere l'hotel a piedi, ma spingendo la riflessione un po' più in là, che forse non ci siamo preparati ad accogliere al meglio questi mutamenti nel mondo della tecnologia e del lavoro. È l'economia felice del riuso, della condivisione, che ha dato delle prospettive a molti, grazie al web, in un momento di crisi economica. Ma ora, a ben vedere, le prospettive, senza le regole, sembrano restringersi.

 


 

Una macchina ci sotterrerà?

Negli Stati Uniti l'automazione è la principale causa della perdita di lavoro. L'ha affermato il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim: Negli Stati Uniti la maggior parte della gente attribuisce la perdita dei posti di lavoro all'integrazione commerciale, ma è invece è l'automazione. Senza rischiare di fare i retrogradi si può dunque dire che l'automazione minaccia la stabilità del lavoro. Lo percepiamo chiaramente, oggi più che mai: i cambiamenti sociali sono in agguato a causa dello sviluppo dell'automazione, della tecnologia.

Se le macchine ci tolgono il lavoro, che ne sarà di noi? Queste grandi trasformazioni ci fanno bene o male?

Dipende, rispondono i grandi economisti. Lo sviluppo tecnologico elimina i posti di lavoro solo se noi nel frattempo non riusciamo a pensare a come sostituirli. La storia si ripete. Il problema lo osservava nel 1930 il grande economista britannico Sir John Maynard Keynes che a Madrid nella sua famosa conferenza intitolata Economic Possibilities for our Grandchildren (Possibilità economiche per i nostri nipoti) affrontava proprio il tema della disoccupazione provocata dal progresso tecnologico.

Quello di cui soffriamo non sono acciacchi della vecchiaia, ma disturbi di una crescita fatta di mutamenti troppo rapidi, e dolori di riassestamento da un periodo economico a un altro. L’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera.

Il grande economista prevedeva pure che saremmo diventati più ricchi e avremmo avuto sempre meno bisogno di lavorare, cosa che ci avrebbe comportato però altri problemi. La disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti  in grado di economizzare la manodopera procede con un ritmo rapido ieri come oggi. Il problema di come gestire il tempo libero, grazie allo sviluppo tecnologico, se è vero che lavoreremo solo tre ore al giorno come preconizzava Keynes, è sicuramente importante ma prima ci sta davvero a cuore saper gestire le macchine per non ritrovarci subalterni ad esse.

Forse occorre semplicemente uscire dalle convenzioni, nell'economia, nella politica, magari pure nel tempo libero, e cominciare a pensare ad innovare, davvero. A cominciare dal nostro modo di concepire il lavoro? Forse. Regole chiare di sicuro aiuterebbero, come sosteneva coraggiosamente Keynes.

Per ora pensiamo a non finire come Charlie Chaplin che in Tempi moderni  paventava con magnifica ironia l'alienazione dell'operaio schiavizzato dalla catena di montaggio, disumanizzato dai ritmi inclementi e frenetici dei macchinari.