La Carovana del Tour de France

Un fenomeno unico che aggiunge al Tour la forza del rito

di Paolo Taggi

Sotto il sole di luglio, sulle strade di Francia piovono gingilli e salsicce, gagliardetti e cappellini a pois.  È solo una delle tante, semplici magie della Carovana del Tour de France, un fenomeno unico nella storia dello sport spettacolo.

I primi esperimenti di pubblicità viaggiante in occasione della corsa li avevano fatti la cera “Lion Noir” e gli orologi “Bayard”. Nel 1929 la fabbrica di medicinali e cioccolati “Menier”, all'avanguardia nelle strategie pubblicitarie, aveva distribuito lungo il percorso 500.000 tavolette e altrettante tazze di cioccolata calda sui passi alpini. Ma è l'anno successivo che nasce ufficialmente la Carovana del Tour. Le squadre sponsorizzate dalle aziende vengono sostituite dalle Nazionali.  Le spese per l'organizzazione si moltiplicano e il giornalista Henri Desgrange, cofondatore del Tour, offre alle Marche spodestate dalle spalle dei ciclisti un'occasione diversa per farsi notare: quattro ruote invece di due.

Oggi, vicina al novantesimo compleanno, la Carovana del Tour non sembra di certo una forma di pubblicità arcaica. Al contrario, sprigiona vitalità. È un simbolo della pubertà (o dell'infanzia) come capita a pochi prodotti baciati dall'immortalità.

I veicoli fantasmagorici che sembrano usciti da Toys Story precedono la Corsa in una parata fantastica che nel tempo ha coinvolto e portato con sé, come un fiume effervescente, automezzi diventati Star e divi in carne e ossa del momento: Josephine Baker, sul finire degli anni '30, cantava e ballava sul camion speciale di "Banania", con il suo celeberrimo perizoma di banane; Tino Rossi, Charles Trenet e Annie Cardy impreziosivano la corsa con le loro canzoni trascinanti; Yvette Horner (cui era stato affidata la promozione del liquore “Suze”) rimarrà per sempre nella memoria dei francesi come la fisarmonicista del Tour.

La Carovana del Tour nasce come una introduzione, una prefazione, un extra ante litteram. Qualcosa di simile alle esibizioni che oggi precedono la finale del Superball o i chilometrici treni che percorrevano le coste americane dei due Circhi Barnum o, ancora, il fenomeno inimitabile di Carosello, che fino al 1977 anticipava le prime serate Rai.

Assomiglia a molte cose, la Carovana del Tour. Ma resta un fenomeno unico. Il traino di uno spettacolo più grande è diventato ben presto un'attrazione a sé. Con un proprio pubblico. Certo, senza il plotone di campioni che si contendono la mitica maglia gialla (alla fine di tre settimane di sacrifici, battaglie epiche, imprese eroiche) la Carovana non esisterebbe. Ma vale anche la regola contraria: la Grande Boucle, senza la Carovana delle meraviglie sarebbe un'altra cosa. Un puro, celebrato, fatto sportivo. Non quello che invece è: spettacolo a trecentosessanta gradi. Probabilmente irraggiungibile.

La Carovana aggiunge al Tour la forza del rito. Dà al pubblico la chiave emotiva con cui accogliere i campioni che prima o poi arriveranno. È una liturgia che non influisce e non intacca i valori sportivi, ma gli fa da cornice. Prepara la competizione, ne amplifica esponenzialmente la portata.

I perché del successo intramontato della Carovana vanno trovati fuori dalle logiche delle performances sportive. Riguardano, piuttosto, il nostro rapporto con lo stupore. Proviamo, dunque, ad elencare qualcuno di questi perché.


Il primo: una particolare declinazione della familiarità.
Il Tour de France è sempre più internazionale. A caccia di nuovi pubblici e di generosi finanziamenti spesso sconfina lontano: una delle prossime edizioni partirà dalle Isole Svalbard o da Capo Nord. I percorsi li suggeriscono i droni e le riprese aeree. La fotogenia dei paesaggi visti dal cielo suggerisce arrivi e partenze. Chi guarda la più prestigiosa corsa a tappe del mondo in tv è anche un avido cacciatore di immagini.

Per motivi di diritti, la Carovana del Tour in tv non ci va. Potrebbe essere un limite. E invece si è trasformato in un suo punto di forza: perché crea l'intimità con il suo pubblico, una preziosa intimità. La Carovana del Tour ha un'aura che l'epoca della riproducibilità tecnica non può intaccare. La si può vedere solo di persona, andandole incontro: è -come alle origini del teatro- comunione di un pubblico con una cerimonia. È un dialogo ininterrotto, una collezione di empatie a prima vista, una tradizione vivente.

Anche se migliaia di video amatoriali e riprese con il cellulare la mettono in rete, la vera esperienza della Carovana si vive sentendo il vento sollevato dal convoglio, i suoni, persino i profumi che le sue attrazioni trasmettono. Solo chi è lì può provarli.

Il secondo perché è la molteplicità degli echi che la Carovana del Tour rimanda. Tutti i veicoli che ne fanno parte sono invenzioni originali, a volte geniali, a volte disinibitamente kitch. Rimandano ai Grandi Carnevali, alle Parate Disneyane, ai Cartoons, ai convogli dei Circhi più famosi. La Carovana è cometa di terra, non una Fata Morgana. Una striscia lunga quindici chilometri di attrazioni sorprendenti, realizzate da équipes impegnate in una gara all'ultimo sforzo di creatività, inventiva, marketing, meccanica, alta tecnologia.

Il risultato produce quasi sempre emozioni volutamente semplici, quasi ingenue, che parlano al bambino nascosto nel fondo di ogni adulto. La Carovana del Tour, come i veri eventi, non capita molte volte nelle città e nei paesi dove la gran parte dei francesi vivono. Chi la vede passare non sa se quell'emozione nel corso della sua vita si potrà ripetere.

Tanto che centinaia di migliaia di francesi espongono nel salotto di casa  gli 80 modellini più belli (o più riproducibili) dei veicoli della Carovana de Tour, compresi quattro diorami in porcellana. Diverse aziende continuano a produrre le auto al seguito del Tour in scala 1/43, ma pochi mesi dopo l'uscita risultano introvabili persino su E-Bay. Il Tour in vetrina è un ricordo in bottiglia.


Il terzo perché: la Carovana pensa solo al suo pubblico.
I ciclisti hanno un solo obiettivo: transitare per primi sotto lo striscione del traguardo. Due ali di folla entusiasta alimentano il pathos, ma ogni ciclista in fondo è solo con se stesso. Si nutre di popolarità, ma in corsa fa a meno della folla, che spesso è per lui un ostacolo.

I ciclisti fuggono via, in un attimo, appunto, fuggente. Solo gli arrivi in salita costringono i campioni ad un ralenti che consente a chi è lì, sul bordo della strada di incrociare per un attimo lo sguardo del "suo" campione o del gregario in difficoltà, di offrirgli una borraccia, di condividere idealmente un grammo o un secondo della sua fatica, di correre a piedi di fianco a lui per qualche interminabile secondo.

La Carovana del Tour, invece, pensa solo al suo pubblico. Il suo traguardo è dovunque ci sia qualcuno che la guarda passare con occhi sgranati. La Carovana è lì per chi la guarda. Viaggia a velocità di fotografia e trasforma anche una strada sterrata nei boschi in una Main street. È una Fiera campionaria itinerante, un passepartout che trasforma il feriale in festivo. Lo spazio/tempo tra una attrazione e l'altra rispetta precisi intervalli emozionali. Che distribuisca buoni sconto da consumare subito, al supermercato più vicino o rilasci aroma di caffè da un Mulino semovente, ogni attrazione (e ogni Marca ad essa legata) ha un tempo esatto per stupire e farsi ammirare prima di passare oltre, lasciando nello spettatore il desiderio di goderne un attimo ancora.

La Carovana del Tour ha orari precisi, annunciati esattamente come il presunto passaggio dei ciclisti. Li precede di due ore esatte e milioni di persone l'aspettano perché per loro è quello il vero evento. Secondo indagini recenti, la metà dei dodici milioni di francesi che seguono il Tour è lì solo per la Carovana. Gli animatori fanno ciao con le mani dalle loro macchine sceniche sempre più complesse (ma dai tratti cartooneschi e infantili) e la gente applaude, tende la mano, lancia al vento milioni di merci e bonjour per quei sorrisi prestampati che non sembrano mai stanchi e ripetitivi, nonostante le ore e i chilometri percorsi.

La Carovana del Tour distribuisce ogni anno diciotto milioni di gadget volatili, aerei, leggeri come i frammenti che cadono nelle boule de neige. Magliette, coupons, gagliardetti, distintivi, berretti, rotoli di scotch. Coriandoli/ricordo senza valore reale. Souvenirs destinati ad essere dimenticati più in fretta di quelli delle vacanze, ma chiunque li afferra al volo per un attimo sente che la fortuna si è ricordata di lui.

 

Il quarto: la Carovana del Tour è un fiume di tempi simultanei, che scorre sovrapponendo le epoche, tra vintage e fantascienza. Dove Marche storiche si proiettano nel futuro e nuovi marchi si inventano un passato. Dai venticinque veicoli iniziali, la Carovana è arrivata ad oltre duecento. Oggi, per motivi di sicurezza, sono circa centosettanta, un numero simile a quello dei ciclisti in gara. Le 50 aziende che sfilano in Corteo pagano 37.000 euro fino a 4 veicoli, e 6000 per ogni mezzo supplementare.

Una cifra minima, considerato il ritorno di immagine, il legame profondo che si crea tra loro e la gente. Ma il vero costo della partecipazione è a monte: nell'ideazione dell'attrazione, nella gestione del cammino. Yves Arnad faceva il pubblicitario in una città di Provincia. Una ditta lo incaricò di creare una installazione per il passaggio della Grande Boucle. L’installazione venne notata dal direttore della Corsa, che lo invitò a far parte della Carovana. C'è rimasto cinquan'anni. In un bel libro, Arnad racconta aneddoti e memorie di chi la Carovana l'ha vissuta in controcampo, dal centro delle strade e spiega perché e come il Tour ha saputo e potuto penetrare nel cuore di una Nazione.

La gigantesca penna Bic, la Simca spaziale di "Hoover", la Hotchkiss di “Le Parisien Libéré” del 1949, la jeep Willys di “Paris Presse” degli anni '50; la Mégane Cabriolet di “Antargaz”, la Citroën 2cv di “Berger” con rimorchio Caraffa degli anni'60;  la Moto-Roue di “Michelin” e la Renault Mégane di “La Boulangère” di anni più recenti. I veicoli del Tour coniugano gli opposti: prevedibilità e sorpresa; tecnologia e artigianato; passato e futuro; alto e basso; raffinatezza e grossolanità.

Grazie a carrozzerie tra il vintage e la fantascienza ("Aspro") o a un'indovinata mascotte (come il gigantesco leone del "Crédit Lyonnaise", alimentato da sei motori), un analgesico e una Banca hanno scoperto di avere un'anima, mai svanita. Da quando la Carovana è nata migliaia di corridori si sono susseguiti lungo il Mont Ventoux, i Castelli della Loria, le spiagge selvagge della Bretagna, gli Champs Elysées.  Generazioni di spettatori si sono date il cambio lungo strade vecchie e nuove, ma molte marche sono rimaste, oscillando tra prevedibilità e sorpresa.

Ma riguardando le immagini della lunga storia della Carovana del Tour appare chiaro che a durare di più, nel cuore degli spettatori, sono state le clownerie più semplici, almeno all'apparenza.

La semplicità è un traguardo volante. Prima di tagliarlo, bisogna scoprire dov'è.