Parole, parole, parole…

Le parole sono davvero importanti?

Sono in molti in questi ultimi anni a lavorare per dare centralità alla parola, su più fronti. La parola presa singolarmente con tutto il bagaglio di senso che porta con sé. Ora ce lo ricorda un grande regista, Wim Wenders, nel suo ultimo film “Papa Francesco - Un uomo di parola”. La pellicola è stata presentata al recente festival del film di Cannes e è appena giunta nelle nostre sale cinematografiche.

 

di Maria Chiara Fornari

Forte quando viaggia da sola nei testi e sulle bocche delle persone, apostrofata, gonfiata da punti esclamativi nel tentativo estremo di darle più forza. La parola non vive di preconcetti è gratuita ed è democratica, forse anche troppo, chi ne abusa può far del male, ma può anche far del bene. Non chiede cittadinanza, sta ovunque. La parola non crede a niente e a nessuno, è selvaggia, anarchica, pure atea. Eppure è uno strumento, lo strumento più forte che abbiamo, tutti. Uno strumento utile per esprimere cosa siamo e cosa vogliamo essere, ma anche per guadagnarci il pane: dai rapper, ai giornalisti, dagli psicologi al papa.

Sono in molti a disegnare futuri possibili grazie alle parole, dai primi ministri, ai parlamentari, dirigenti d’azienda, fino ai neonati che formulano con fatica il primo fonema di senso compiuto e fanno sognare i genitori che da lì approntano sogni, segni di un dialogo che non avrà mai fine.

 

Le parole sono importanti

Nanni Moretti ce lo aveva detto in Palombella rossa e quella battuta è diventata un mantra, un tormentone, utilizzato con facilità qua e là, anche nei contesti più inaspettati. E la forza vera di quella sequenza sta nel messaggio che voleva veicolare: le parole sono cosa viva, che va difesa, curata, rispettata.

Viviamo, ne siamo coscienti, in un mondo di parole vendute e svendute al profitto, svuotate da promesse pure subito disattese, non rispettate nel loro senso originario. Eppure la parola continua a lanciare segnali di vitalità e par quasi che dai cartelloni pubblicitari, dai convegni elettorali e dal mare magno dell’intrattenere vuoto, affermi la volontà di assestare una battuta d’arresto alla caduta libera, alla fuga dal senso compiuto.
I poeti, i letterati e gli chansonnier, non sono più i soli a dar centralità, nel loro lavoro, alla scelta semantica, altri segnalano come importante andar oltre l’espressione idiomatica, lo slogan, l’eloquio precotto.

 

La parola che arricchisce il pensiero

Chi si scopre annoiato dagli sfoghi vacui degli haters (che trasformano le parole in potenti armi per un odio imbarazzante, almeno quanto sterile) guarda con interesse alle iniziative che contrastano l’impoverimento semantico dei mezzi di comunicazione di massa. Vanno in questo senso le iniziative di network e testate giornalistiche che offrono spazio nei loro menabò e nei loro palinsesti a rubriche di linguistica. L’analisi non sfugge agli accademici e negli istituti universitari le scelte semantiche dei professionisti della parola sono messe sotto la lente per isolare e comprendere l’intento che sottende alla loro scelta. Dimmi come parli e ti dirò chi sei, come mi racconti la realtà, ma anche quale mondo hai costruito dentro di te.
Più sei ricco di parole dentro e fuori, più puoi costruire grandi mondi nel confronto con gli altri, ma anche con te stesso. Ogni parola è come una nuova lettera acquistata nel gioco dello Scarabeo, dà l’opportunità di rimanere in gioco. Per non doversi trovare a studiare la Treccani a memoria (così cantava De André) un giovane studioso, Morelli, ha generosamente pensato di utilizzare lo specifico del web, la sua capacità di diffondere contenuti in modo capillare, gratuito e democratico, per distribuire parole - e loro significati - a chi voglia arricchire il proprio vocabolario di base, e togliere la polvere che negli anni potrebbe essersi adagiata suli vocaboli d’uso quotidiano.

Giorgio Moretti è curatore del sito unaparolaalgiorno.it ed è convinto che dalla qualità delle parole che conosciamo dipenda la qualità dei pensieri che elaboriamo. Il sito e la newsletter, alla quale ci si può iscirvere, rappresentano un vero e proprio laboratorio di ricerca, raccolta, esamina e distribuzione di parole dell'italiano. Gli iscritti ricevono ogni giorno un nuovo vocabolo, noto o meno noto, spiegato e commentato. Negli otto anni di esistenza il sito conta 2800 lemmi e ogni giorno invia nuove parole a più di 100 mila persone iscritte alla newsletter.

"Imparare a sfruttare appieno le parole ci permette di evolvere sotto un profilo spesso trascurato: la qualità della comunicazione, con noi stessi e con gli altri".

(iStock)

 

Le parole che curano

È provato, ci sono medici che riescono a curare i pazienti offrendo pillole senza alcun principio attivo, semplicemente dicendo: "Prenda queste, vedrà che starà meglio" . Potere delle parole! In verità qui si tratta del cosiddetto e molto studiato"effetto palcebo", ormai suffragato da diversi studi scientifici.
Fabrizio Benedetti, docente di neurofisiologia e fisiologia umana all'Università di Torino ha analizzato a lungo la materia e ne ha parlato in diversi studi, l'ultimo dei quali si intitola "La speranza è un farmaco" (Mondadori, 2018).

“Tutti noi speriamo in qualcosa. Ma il malato spera più di ogni altro. E sono le parole il mezzo più importante per infondere speranza: parole empatiche, di conforto, fiducia, motivazione.
Oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli astratti in vere e proprie armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre. È questo il concetto chiave che sta emergendo, e recenti scoperte lo dimostrano: le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina".

Ma allora sono le parole a curare o sono i simboli? È la parola a curare o è la speranza che da essa si genera?

Una cosa sembra certa a Benedetti: la parola e l'approccio giusti, adottati da coloro cui abbiamo affidato la cura delle nostre malattie, possono davvero fare miracoli.

 

 

Parole (e immagini) per la vita sulla terra e oltre…

Per un artista oggi può essere imbarazzante trovarsi ad avere come committente il Papa. I più forse sceglierebbero di declinare la generosa offerta per non rischiare d’essere accusati di genuflessione. Wim Wenders non si è sottratto alla sfida e ha creato un’opera non solo dignitosa, ma importante.

Dignitosa perché rispetta la sua storia di grande autore e regista (non ci fa dimenticare la trilogia della strada, Paris Texas, Il cielo sopra Berlino) e importante per il contenuto, per i messaggi di cui si fa portatrice. Ma importante anche dal punto di vista dell’istituzione della Chiesa - non va dimenticato l’intento del committente - per una volta in perfetta coerenza con il mandato che, da piuttosto in alto, ha ricevuto.

Nel film le parole, le dichiarazioni pubbliche del Papa - sull’immigrazione, sui disastri ambientali, sulla disoccupazione, sui conflitti - escono dal consueto formato asfittico e livellante dei TG -  per ritrovare spessore e forza: significato. I concetti gridati dal papa sui palchi delle numerose occasioni pubbliche in giro per il mondo - discorsi attinti dagli archivi del Vaticano cui Wenders ha avuto ampio accesso - si fondono agli abbracci, alle carezze, alle strette di mano con l’intento evidente di rimettere il campanile al centro del villaggio, ridare senso compiuto ai concetti espressi dal capo della Chiesa cattolica in occasioni pubbliche. Comizi elettorali che prendono nuova forma per divenire occasioni di confronto emozionale tra persone. E qui sta il miracolo operato da Wenders, dare centralità alla parola di Papa Francesco, in quanto emissario contemporaneo del messaggio di Francesco d’Assisi.

Il tempo è una comoda convenzione, ma - lo sa bene Wenders - il tempo nella narrazione cinematografica è tutto. E questa è una pellicola che gioca abilmente con il tempo, fonde passato, presente e futuro utilizzando lo specifico cinematografico stesso. Le tre dimensioni si affastellano, si fondono, si mischiano e si contrappongono tra un passato mitico nella forma e nel contenuto (per girare le scene in bianco e nero sulla storia di San Francesco usa la macchina da presa che utilizzò Dreyer per girare Giovanna d’Arco), un presente in cui un potente del mondo osserva e giudica vezzi e mancanze della contemporaneità e un futuro in cui un saggio nonno buono seduto di fronte a noi ci guarda negli occhi e elargisce umili e comuni parole, che compongono qualcosa di grande, atteso e impagabile, comunicando passione per la vita e voglia di credere in qualcosa.

E allora qual è il messaggio forte del protagonista del film di Wenders?  Che le parole producono qualcosa di molto importante, poco tangibile eppure di vitale importanza, le parole producono speranza.