The United Colors of Russia

Tifare per una nazione significa tifare per la sua natura bastarda

di Marco Alloni

Seguo i Mondiali dal Cairo tifando un Egitto ormai eliminato ma anche quella squadra trasversale che potremmo chiamare Terzo Mondo. Sogno che fra qualche anno si possa assistere a una finale Gibuti-Sri Lanka e che il capocannoniere dei Mondiali avrà l’inconfondibile aspetto di un meticcio. Sogno quello che in forme embrionali sta già accadendo, insomma: che il mondo, ampiamente simboleggiato dai Mondiali, abbia presto l’aspetto dell’ibridazione. E che in questa ibridazione sia riconoscibile un dato fondamentale: il pianeta è una straordinaria risorsa di qualità.

A parte poche eccezioni – penso alla compagine della Croazia – non mi sembra infatti esistano ormai più nazionali pure: di quella “purezza di razza” che Bernard Henry-Lévy chiamava dangereuse. La stessa Svizzera ha come protagonisti calciatori della diaspora. E il fatto che sia il pubblico sugli spalti che gli atleti in campo esprimano un patchwork cromatico – di pelli, abiti e simboli – che rende indistinguibili le loro molteplici origini, la dice lunga sulla fine di quel concetto di nazionalità che ha spesso inclinato, nel Novecento, al più sordido nazionalismo.

 

 


Stiamo dunque scivolando, antropologicamente parlando, verso quella versione del mondialismo che, lungi dall’equivalere soltanto al diffondersi del modello capitalistico di matrice statunitense, porta con sé anche un salutare spirito di contaminazione: lo stesso che probabilmente sottende a quel formidabile ossimoro che potremmo chiamare universalismo delle individualità.

Come le città occidentali non sono più dominio dei soli occidentali tradizionali, così i Mondiali e il mondo nel suo insieme non sono più di pertinenza di culture e società, razze e parvenze umane di aspetto uniforme: la difformità e il melange hanno ormai avvicendato l’antico principio del sovranismo di specie. E nessun protezionismo economico e politico – né i muri elevati a difesa dell’Occidente né i dazi di Donald Trump – possono scongiurare la tendenza. Tifare per il proprio paese e la sua nazionale equivale ormai a tifare per l’insieme delle multiformi e multietniche individualità che li connotano. Tifare per una nazione significa tifare per la sua natura bastarda.

D’altra parte esiste un singolare paradosso, in questo frangente della storia sportiva mondiale: la squadra verosimilmente più forte in assoluto a livello mondiale non è più una nazionale ma è una squadra di club: il Real Madrid. A riprova che laddove il mondo si accorpa in una sola compagine è in grado di sovrastare in qualità quel che resta di qualsiasi nazionale pura. Il portoghese Ronaldo, il brasiliano Marcelo, il costaricano Navas, il tedesco Kroos, il croato Modric e l’insieme degli spagnoli in forza al Real Madrid rendono in effetti questa la “squadra mondiale” per eccellenza. E se a tale dato aggiungiamo la scelta degli allenatori – quasi sempre di nazionalità o origini diverse da quelle delle loro équipe – è evidente di cosa stiamo parlando: di un processo antropologico che ha ormai dissolto ogni possibile istanza di integrità per come sempre abbiamo inteso l’integrità delle nazioni.

Un processo che i Mondiali di Russia rendono palese come mai in precedenza nella storia dello sport e dei popoli, e che le scelte politiche dei nuovi “populismi difensivisti” cercano di arginare in virtù di un passatismo culturale ormai privo di qualsiasi fondamento, non solo morale, ma soprattutto storico.

Se è vero infatti che alla natura e alla qualità del calcio giova la contaminazione, è probabile che essa non possa che giovare anche alla natura e alla qualità del mondo in quanto tale. E se qualcuno ancora accampa l’argomento che la contaminazione debba essere selezionata, ebbene, che si osservi attentamente cosa già sono in grado di esprimere in termini calcistici i paesi considerati marginali: ancora qualche decennio e si potrà prendere atto che la qualità del pianeta attingerà a costoro non solo in termini di bassa manovalanza o eccellenza sportiva ma anche di umana ricchezza.