(Keystone)

Tutto è permesso

Mladić, Raskolnikov e l’autogiustificazione della crudeltà

di Maria Chiara Fornari

Arrabbiato, disperato, esausto, alienato così è apparso l’ex capo militare dei serbi di Bosnia, Ratko Mladić, mentre a L'Aja il giudice del tribunale internazionale leggeva la sentenza che confermava le sue responsabilità in atti di torture, esecuzioni sommarie e nel genocidio compiuto con crudele precisione a Srebrenica.

L’11 luglio del 1995 furono uccisi 8372 civili innocenti con colpi alla nuca o raffiche di mitra e i loro corpi gettati in fosse comuni, di quasi 1500 dispersi non si è più trovata traccia. L’estremo dispregio rivolto pure alle loro spoglie mortali: un gesto efferato e simbolico che ha gravato e grava tuttora sulle famiglie delle vittime, nelle loro comunità di appartenenza.
 

 

C’è chi, quell’anziano tranquillo signore seduto e poi irato, in piedi, dietro al vetro di sicurezza al tribunale de L'Aja, lo ha definito un lottatore ad oltranza, un combattente, addirittura un guerriero. A me è parso più un uomo prigioniero, all’angolo, intrappolato più da sé medesimo che dalla struttura giudiziaria incaricata di giudicarlo.

Nel suo volto, come nel linguaggio del suo corpo legnoso e compresso, ho scorso i segni inequivocabili della sopravvivenza di quel superuomo capace di compiere e di giustificare gli atti più efferati di cui si è macchiato. Un uomo disperato perché costretto alla reclusione in nome di leggi per lui inaccettabili, ingiuste. E ingiuste perché non sono le sue, le uniche che sarebbe in grado di riconoscere, di accettare come valide.

 

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Un superuomo che non vanta solo degli accoliti che lo chiamano eroe, ma per l’occasione ora anche un vasto pubblico di chi come me si trova fatalmente a scrutare le immagini trasmesse in diretta dalle maggiori televisioni e portali web del mondo. Di chi cerca di capire come sia stato possibile: un’altra volta, in Europa.
 

 

Mladić oggi sembra cosciente di tutto, il generale è anziano, ma non molla, tiene ancora le fila del gioco. Il militare si fa personaggio, protagonista della storia. E in quanto ultimo superstite tra i responsabili di questo tragico capitolo bellico, in procinto di diventare storia, non cede certo sul finale. Porta avanti fino in fondo il suo personaggio, il suo ruolo.

Non può che mostrarsi combattivo e lucido, esattamente come quando si trovava nel suo elemento naturale, il terreno di guerra, disposto a rischiare di morire da eroe, sotto le pallottole nemiche ieri, come oggi per arresto cardiaco. Il superuomo che è in lui non riesce a dismettere i panni del leader, non accetta compromessi, lo scopo è preservare l’immagine.

 

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Un corpo prigioniero di sé stesso, come Raskolnikov. La paranoia del protagonista di “Delitto e castigo” di Dostojevski mi appare così simile a quella del generale serbo per il quale “tutto è permesso”. Nel loro totale, a tratti disperato, rifiuto di ragione e razionalità si affannano per giustificare i loro atti criminali. Attenendosi entrambi alla sola morale che può giustificare il loro comportamento: una morale personale, caotica ed egoriflessa, che nega la vita altrui.

Purtroppo nel generale non appaiono accenni di redenzione, non appaiono parvenze di riconoscimenti delle azioni che lo hanno condotto a compiere i crimini per i quali è stato condannato in prima istanza dal tribunale internazionale delle Nazioni Unite. Nella realtà non c’è un Dostojevski disposto a smontare le illusioni narcisistiche e autoreferenziali di Raskolnikov, per il quale ogni atto grandioso è giustificabile. Nella realtà noi e solo noi siamo gli autori di noi stessi.

Come uscirne? Una strada per capire come sfuggire alle tentazioni del male ce la indica lo psicologo Simon Baron-Cohen, nel suo bellissimo libro: La scienza del male (Raffaello Cortina, 2012). Un testo scientifico illuminante, quanto appassionante, che ci aiuta a capire quando nasce in noi il male, sia la crudeltà immensa e sistematica, come quella privata che si consuma dentro le nostre vite, dentro le nostre case. La crudeltà di Raskolnikov, di Mladić, come quella del capo ufficio egocentrico e narcisista che ricatta i dipendenti, o del docente che umilia gli allievi, del genitore che non vede i bisogni del figlio o del parente prossimo che addirittura viola il suo corpo.

 

 

La sfida di Baron-Cohen, che insegna Psicopatologia dello sviluppo presso il dipartimento di Psicologia sperimentale e Psichiatria dell’Università di Cambridge, è quella di mettere in questo libro trent’anni di studi sull'empatia finalizzati a capire come sia possibile che gli esseri umani possano arrivare a trattare altri essere umani come fossero oggetti. Come fanno gli esseri umani a spegnere i loro naturali sentimenti di compassione verso un altro essere umano che soffre? Troppo facile parlare di male, dice lo studioso, bisogna capire come esso si origina in noi.

Sostituiamo allora il termine “male” con “erosione empatica”. L’erosione empatica può svilupparsi a causa di emozioni corrosive, come il portare risentimento, il desiderio di vendetta, l’odio cieco o anche il desiderio di proteggere.

Quando tratti qualcuno come se fosse un oggetto, la tesi di Baron-Cohen è che la tua empatia è stata spenta.

I casi in cui fatti traumatici vissuti nell'infanzia conducano un individuo ad una perdita del sentimento empatico sono tanti. Uno di questi casi potrebbe essere quello di un generale serbo che ha covato per tutta la vita l’odio dentro di sé, da quando all’età di due anni gli “ustascia” (miliziani croati nazifascisti che si opponevano a Tito) gli hanno ucciso il padre. A qualcuno capita che la morte del padre sia la fine di un mondo, forse è capitato anche al generale Mladić. Questa non è una giustificazione, ma una patologia che va curata.

TG 12:30 di mercoledì 29.11.2017