A Van, città turca situata vicino al confine iraniano, l’assenza dei turisti provenienti dall’Iran comincia a farsi sentire. Da anni meta abituale per migliaia di visitatori iraniani, la località dell’Anatolia orientale sta infatti vivendo un rallentamento economico dopo l’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. A risentirne sono negozi, ristoranti e locali notturni.
“Senza turisti iraniani, il nostro settore è in difficoltà. Prima dell’inizio della guerra c’era parecchio movimento. In questo periodo invece non c’è quasi nessuno”, ha raccontato Murat, gestore di una discoteca della città, a SEIDISERA.
Frontiere più tranquille del previsto
La Turchia resta uno dei pochi Paesi che non richiedono un visto ai cittadini iraniani e, all’inizio del conflitto, ci si aspettava un forte aumento degli arrivi ai valichi di frontiera. Un’ondata che però non c’è stata. “Molti iraniani sarebbero potuti fuggire in Turchia, presentare richieste di asilo e spostarsi in Europa, ma non l’hanno fatto. Sono rimasti per difendere il proprio Paese in un momento di difficoltà. È un atteggiamento che considero onorevole”, ha osservato un commerciante di Van.
Il mancato aumento degli arrivi verso la Turchia sembra riflettere anche il clima che si respira all’interno dell’Iran, dove gli attacchi contro infrastrutture civili e aree urbane hanno spinto parte della popolazione a stringersi attorno al Paese, anche tra chi considera illegittimo il governo.
“Non abbiamo bisogno di un intervento esterno”
L’uccisione di Khamenei, intanto, non ha portato al collasso del regime iraniano né al ritorno della monarchia. Reza Pahlavi raccoglie raccoglie consensi soprattutto tra i membri della diaspora iraniana all’estero, mentre all’interno del Paese la sua figura continua a essere guardata con sospetto. “Quando ascolto i suoi discorsi mi rendo conto che non ha una conoscenza approfondita delle dinamiche interne. D’altronde sono decenni che non mette piede nel Paese. In più non ha alcuna esperienza politica”, ha spiegato Ali, architetto di Shiraz, in Iran.
Gli attacchi contro infrastrutture civili e aree urbane hanno inoltre spinto parte della popolazione a stringersi attorno al Paese, anche tra chi considera illegittimo il governo iraniano. “I movimenti di protesta all’interno del Paese non si fermeranno di certo, ma dobbiamo essere noi iraniani a cambiare le cose. Non abbiamo bisogno di un intervento esterno. Vogliamo essere artefici del nostro destino. Nel mio piccolo voglio dare un contributo”, ha affermato Sabra, iraniana residente in Canada che si appresta a rientrare in patria.







