giovedì 17/09/20 22:30

Bassil'ora

LA 1, giovedì 17 settembre 2020

Documentario di Rebecca Basso

La regista Rebecca Basso trasforma in immagini l'intenso racconto della Campagna di Russia raccolto dalla viva voce dell'ultimo superstite italiano, l'ultracentenario Giuseppe Bassi, di Villanova di Camposampiero, in provincia di Padova. Catturato dai sovietici nel '42, viene imprigionato nei campi di concentramento di Tambov, Oranki e Suzdal e rientrerà in Italia un anno e mezzo dopo la fine della guerra. Fra foto di repertorio, disegni, animazioni e l'incontro con l'attrice Karina Arutyunyan, discendente ideale e reale di quel popolo che fu coprotagonista di questa cupa vicenda, il film documentario è una testimonianza tanto dura ed intensa, quanto tenera e profonda di una storia lontana ma ancora presente. Su tutto domina il sorriso e l'occhio luminoso di Giuseppe Bassi, classe 1919. Con Karina Giuseppe ripercorre la sua tragica storia, dalla quale riesce a sopravvivere grazie ad una resistenza fisica fuori dal comune e a una convinzione inscalfibile che ce l'avrebbe fatta; occhi celesti e sempre sorridenti, mente lucida, ricordi nitidi e spirito intenso, oggi più che mai. Dei 70'000 soldati dell'Armir, l'8a Armata italiana sul fronte orientale, fatti prigionieri in Russia, solo il 14% riuscì a tornare a casa. Sottotenente del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzata, Divisione Celere, arriva in Russia nel febbraio 1942. Catturato dai Sovietici la vigilia di Natale del 1942 ad Arbuzovka, la cosiddetta valle della morte, viene imprigionato a Tambov, Oranki e poi Suzdal. Dopo la cattura, è un susseguirsi di marce infinite in un inverno ghiacciato; senza cibo né acqua, mangiando neve, qualche tozzo di pane e pezzi di verdura ghiacciata raccolti furtivamente dai campi. Molti non resistono, i corpi diventano marmo e in tanti muoiono silenziosamente senza accorgersene, avvolti dal gelo. Altri cadono sotto un colpo di pistola solo per essersi accasciati a terra, sfiniti dalla stanchezza.Nei campi poi la fame è l'unica ossessione; uomini diventati scheletri tra tifo, pidocchi, ma anche perquisizioni, lavori forzati, minacce, umiliazioni. Durante la prigionia Giuseppe è soprannominato Bassil'ora: unico detentore di un orologio più volte nascosto ai russi, che scandiva il tempo, ricordando le abitudini della quotidianità in un luogo fatto di crudele incertezza. Il 30 novembre `43, dopo vari giorni di viaggio, Bassi e altri ufficiali raggiungono l'ex monastero di Suzdal, dove le condizioni di vita migliorano sensibilmente e, un anno e mezzo dopo, l'8 maggio 1945 dall'altoparlante del campo arriva finalmente la notizia: la guerra è finita. Ma solo il 27 aprile 1946 arriverà l'ora della partenza verso casa. A Villanova la vita riprende il proprio corso, anche se la sua anima non è più la stessa; ciononostante Giuseppe non ha mai pensato alla morte, è un uomo che riesce a parlare del buio portando luce, che comunica il dolore e l'aberrazione della guerra riuscendo ad andare oltre. Il suo scopo è sempre stato quello di tornare per testimoniare, per raccontare il destino di tutti quei soldati mandati al fronte. Nel '96, per la prima volta Giuseppe torna in Russia, a Suzdal, con qualche altro compagno e il figlio. Qui ha ritrovato i suoi disegni, prima utilizzati per identificare le posizioni delle fosse comuni, e poi raccolti nel museo nazionale di Suzdal, all'interno di quello che era stato il campo di concentramento. Un museo che mantiene viva la memoria storica di quanto accaduto. Un viaggio come metafora - il ritorno positivo - che riassume l'atteggiamento di Bassi quando fa riaffiorare una memoria dolorosa con un sorriso sul volto, perché l'unico motivo per vivere ancora tranquillamente, non è dimenticare, ma è raccontare la tragedia degli amici e di tutti i soldati scomparsi.            

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