Paganini
domenica 10/03/19 10:30

Il pianoforte nel jazz

LA 1, domenica 10 marzo, 10:30

Il pianoforte nel jazz. Un argomento seducente e avvincente, ma forse proprio per questo anche potenzialmente sterminato: per la quantità di artisti, stili, poetiche e vicende che bisognerebbe includere e sviluppare nella trattazione. Una trattazione che, peraltro, rimarrebbe comunque incompleta, perché il binomio del titolo è in continua ridefinizione. Il pianoforte vive nel jazz un’evoluzione imprevedibile e costante.

Per avvicinare un tema così vasto, quindi, si può solo sperare nel favore delle circostanze. Ed è quello che Paganini ha potuto fare per la propria puntata del 10 marzo prossimo, incontrando l’esperienza del pianista locarnese Gabriele Pezzoli e intercettando una particolare coincidenza di calendario.

Dal 14 al 16 marzo si terrà infatti a Chiasso la 22ma edizione del Festival di cultura e musica jazz che vedrà ospite – nell’inedita veste di artist in residence – il pianista statunitense Fred Hersch. Personalità tra le più versatili del panorama jazzistico degli ultimi quarant’anni – nei progetti propri ma anche accanto a colossi quali Joe Henderson, Charlie Haden, Art Farmer, Stan Getz e Bill Frisell; per non parlare delle contaminazioni classiche con Renée Fleming, Dawn Upshaw e Joshua Bell – Hersch è tuttora nel pieno di una vita artistica molto attiva, malgrado abbia dovuto affrontare gravi sfide esistenziali. Di questo – e di molto altro – racconta il documentario The Ballad of Fred Hersch, realizzato nel 2016 da Carrie Lozano e Charlotte Lagarde e diffuso in prima visione.

Sul tema “pianoforte jazz” gli archivi RSI offrono inoltre delle autentiche primizie, delle quali la più sorprendente è con ogni probabilità il concerto giovanile tenuto nella Svizzera italiana da colui che è oggi ritenuto il più grande jazzista vivente. Era l’autunno del 1969 e un ventiquattrenne Keith Jarrett suonava in trio (con Gus Nemeth al basso e Bob Ventrello alla batteria) nell’ultima edizione del Festival internazionale del jazz di Lugano. Un’esibizione trascinante e risoluta in cui Jarrett si lasciò andare ad attitudini poi abbandonate, come suonare il sassofono oppure le percussioni.

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