Divertirsi a Pyongyang

A cura di Valerio Selle www.rsi.ch/la2doc

Una chicca e una sorpresa al tempo stesso. "Divertirsi a Pyongyang, l'altra Corea del Nord", documentario del regista Pierre-Oliver François, cerca di indagare con occhio libero da pregiudizi una realtà terribilmente complessa e contraddittoria. Ci sono voluti otto anni e una quarantina di viaggi per riuscire a sfatare parzialmente gli stereotipi che da sempre nutrono l'immagine che ce ne facciamo noi occidentali. Un Paese enigmatico, prigioniero suo malgrado di idee preconcette, ma anche protagonista ricorrente di notizie che alimentano la diffidenza e la paura nei suoi confronti: test nucleari, grandiose parate militari in onore della patria e di Kim Jong-un, strategia della tensione verso i vicini e il mondo intero. Il 33enne dittatore si sa muovere abilmente sullo scacchiere politico internazionale. Il culto della personalità è ancora parte integrante della realtà della Corea del Nord, tanto che in un museo semideserto un ventilatore è posto davanti ai ritratti del "Grande Leader" e di suo figlio. Eppure, da una ventina di anni, il paese si è gradualmente aperto al mondo tanto che oggi, la capitale, non ha nulla da invidiare ad altre metropoli.

A Pyongyang non manca nulla: bar, ristoranti, supermercati, grattacieli, piscine, parchi divertimento, aree di svago, piste da bowling (molto in voga), quartieri e negozi riservati ai "dongiu", i nuovi ricchi, concerti delle Moranbong, il gruppo musicale più famoso del Paese, il cui look nulla ha da invidiare a quello delle star di casa nostra. È anche grazie a loro che i cittadini hanno abbandonato il rigido codice d'abbigliamento di un tempo.  Pic-nic nei parchi affollati, coreani che  danzano e cantano, uscite in famiglia sulla spiaggia di Wonsan, affacciata sul Mar del Giappone, dove si punta sul turismo non solo locale, fabbriche che producono scarpe sportive "Abibas", smaccatamente ispirate ai modelli originali, e ristoranti sempre pieni, quasi a volere dimenticare la malnutrizione e la carestia di cui ha sofferto tra il 1994 e il 2000, il documentario getta una nuova luce su un Paese che rimane pur sempre un enigma e un caso a sé.

Perché l'altro lato della medaglia, sono il culto della personalità coltivato dal dittatore, la piazza principale di Pyongyang dove è obbligo fare tappa per rendere omaggio al "Grande Leader", Kim Il-Sung, fondatore della dinastia, le canzoni propagandistiche diffuse sempre ed ovunque, il divieto di filmare campi di lavoro, rampe missilistiche o militari (eccetto quando, svestita l'uniforme, si godono il congedo su una delle spiagge più belle del Paese). Un paese straniante, unico, come i suoi cittadini aperti ad un futuro che sembra loro riservare altri cambiamenti.

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