La premier britannica Theresa May (keystone)

Brexit, May sfida il Parlamento

La premier britannica: "Tentare di fermare il divorzio dall'Unione Europea sarebbe un tradimento degli elettori"

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Se il Parlamento britannico "tentasse di fermare la Brexit" sarebbe "un tradimento della fiducia" di quegli elettori a cui le stesse Camere avevano affidato la decisione sull'uscita dall'UE con il referendum del 2016. Così Theresa May alla fine del botta e risposta di giovedì sera ai Comuni, seguito alla sua dichiarazione relativa all'accordo raggiunto con Bruxelles sul divorzio dall'Unione e sulla dichiarazione politica sulle relazioni future. Un accordo che la premier Tory ha invitato a ratificare nel nome "dell'interesse nazionale".

Theresa May ha un accordo in tasca, dunque, ma evidentemente non ha ancora un paese compatto dietro di lei. Per questo ha ribadito che quello raggiunto è "un accordo giusto" per gli interessi nazionali britannici e al tempo stesso un passaggio importante verso il summit di domenica, dove i 27 leader saranno chiamati a dare il loro appoggio politico in vista del 29 marzo 2019, data dell'addio di Londra.

Un'intesa su cui pesa però la questione del dossier Gibilterra, territorio autonomo della corona britannica rivendicato storicamente (invano) dalla Spagna. Il premier socialista Pedro Sanchez, in odore di elezioni anticipate e data la prossimità delle consultazioni del 2 dicembre in Andalusia (regione che, guarda caso, confina proprio con la Rocca), è determinato a portare a casa un risultato.

Gibilterra, ovviamente, è un tema sensibile anche nel Regno Unito. May, giovedì sera, si è nuovamente trovata a fare i conti con assalti frontali che le piombavano addosso un po' da tutte le parti durante la presentazione del testo dell'accordo. La premier ha illustrato il testo assicurando che ovviamente la sovranità su Gibilterra non si tocca, che il Regno Unito non resterà "intrappolato" nella transizione post Brexit e che il backstop sull'Irlanda del Nord - preteso come garanzia di un confine aperto fra Belfast e Dublino in caso di intoppi - è un meccanismo che entrambe le parti puntano a sostituire con soluzioni alternative.

La May, però ha incontrato forti critiche sia dalle opposizioni sia in seno al gruppo Tory, in un acceso dibattito trasversale dove si sono incrociate le contestazioni dei falchi che hanno denunciato l'accordo come una falsa Brexit e le colombe che hanno invocato un ripensamento sul divorzio e "un nuovo voto del popolo". Tutti d'accordo nel bollare - come diversi laburisti - la dichiarazione politica come un documento "non legalmente vincolante" e che non offre vere "certezze".

Intanto May tornerà nel cuore dell'Unione sabato, per quella che in molti sperano sia l'ultima messa a punto, senza brutte sorprese, in vista del D-Day di domenica, giornata dell'imprimatur politico con strette di mano e foto. Sempre che il rebus Gibilterra trovi una soluzione.

ATS/M. Ang.

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