Un peshmerga con la bandiera curda nella zona di confine fra Iraq e Siria nel 2012
Un peshmerga con la bandiera curda nella zona di confine fra Iraq e Siria nel 2012 (reuters)

I curdi, popolo senza patria

Dallo Stato del Kurdistan naufragato a Losanna alle insurrezioni, dalle autonomie regionali alla lotta all'IS, fino alla stretta oggi nella morsa di Turchia e Iran

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Non si sa esattamente quanti siano, le stime variano fra i 30 e i 45 milioni di persone ripartiti in larga maggioranza in quattro Paesi: rappresentano circa il 20% della popolazione in Turchia, il 15% in Siria, il 15-20% in Iraq e il 10% in Iran, ma non hanno uno Stato proprio. Consistenti comunità vivono anche in Armenia, Azerbaigian e Libano, oltre alla diaspora europea (specie in Germania, circa 35'000 in Svizzera). I curdi - in maggioranza musulmani sunniti - sono il più grande popolo con una lingua e una cultura ma senza uno Stato, un popolo "tradito della storia" e che in queste settimane è tornato suo malgrado al centro dell'attenzione internazionale.

Le aree abitate dai curdi a cavallo di quattro Stati
Le aree abitate dai curdi a cavallo di quattro Stati (wikipedia commons)

Bombardati da Turchia e Iran

Da domenica, la Turchia ha avviato una campagna di bombardamenti nel nord della Siria e dell'Iraq prendendo di mira in particolare i gruppi YPG e PKK, che accusa di essere all'origine dell'attentato che il 13 novembre ha causato 6 morti e un'ottantina di feriti a Istanbul. Secondo il ministro della difesa di Ankara Hulusi Akar, fino a mercoledì sono stati colpiti quasi 500 obiettivi e "neutralizzati 254 terroristi". Parlando ai deputati del suo partito, l'AKP, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha espresso tutta la determinazione del suo Paese a "proteggere i confini" e lasciato intendere che all'uso di missili e aviazione potrebbe far seguito un'operazione di terra. Nel contempo, l'Iran ha colpito fra il 20 e il 22 novembre i gruppi curdo-iraniani che operano partendo dal nord dell'Iraq.

Hulusi Akar in visita al centro di comando dell'esercito turco
Hulusi Akar in visita al centro di comando dell'esercito turco (reuters)

Li accusa di sostenere le proteste contro il regime in corso da metà settembre. Era curda Mahsa Amini, la giovane il cui decesso in settembre ha scatenato la rivolta.

L'ambizione all'indipendenza o quantomeno all'autonomia e la lotta (anche armata) condotta per ottenerla hanno reso i curdi storicamente invisi ai poteri centrali, che li vedono come una minaccia all'integrità territoriale. Eppure uno Stato del Kurdistan avrebbe potuto nascere già cento anni fa.

 

Da Sèvres al "tradimento" di Losanna

Così almeno fu stabilito a Sèvres dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e dall'Impero ottomano. Il Kurdistan sarebbe sorto su parti degli attuali Turchia (con capitale a Diyarbakir, ancora oggi la maggiore città curda), Iraq, Siria e Iran. Ma dopo la salita al potere del nazionalista Kemal Atatürk e la guerra di indipendenza turca, i confini vennero rivisti a Losanna nel 1923 e le speranze di uno Stato curdo vennero spente sul nascere.

  • In Iran e Iraq

La ribellione in Iraq comincia già dagli anni '30 e '40 e a guidarla è il clan dei Barzani. Mustafa fu ministro dell'effimera Repubblica di Mahabad nel Kurdistan iraniano nel 1946, repubblica tradita da Teheran che finse di negoziare per poi attaccare. Barzani si rifugiò quindi nelle vicine repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaigian e Uzbekistan, per poi tornare in Iraq dopo il colpo di Stato del 1958. Sia con il generale Kassim che, in seguito a un nuovo golpe, con il partito Baas di Saddam Hussein i rapporti si guastarono però rapidamente. Barzani trovò il sostegno di Iran, Israele e Stati Uniti, ma si rivelò solo un sostegno in chiave strategica nel contesto della Guerra fredda. Una costante, questa, negli ultimi decenni in cui i curdi sono parsi più volte semplici pedine sullo scacchiere internazionale, una pedina sacrificata poi a interessi superiori. È quanto accade anche oggi, come vedremo in seguito. L'accordo raggiunto fra Baghdad e Teheran nel 1975, con il beneplacito di Washington, lasciò i curdi senza alleati: vennero così sconfitti.

Migliaia di curdi furono uccisi durante la campagna militare di Anfal, condotta da Saddam Hussein alla fine degli anni '80
Migliaia di curdi furono uccisi durante la campagna militare di Anfal, condotta da Saddam Hussein alla fine degli anni '80 (keystone)

In Iran, dopo la rivoluzione islamica del 1979 sono in seguito stati vittime di una sanguinosa repressione. In Iraq seguirono invece decenni di lotte fratricide e insurrezioni represse anche nel sangue da Saddam. Come dimenticare i 5'000 morti dell'attacco con armi chimiche del 1988? Una regione del Kurdistan venne infine riconosciuta dopo l'invasione della coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 2003 e si è consolidata di fronte alle difficoltà dell'esercito iracheno nel contrastare lo Stato islamico nel 2014.

Tanto che nel 2017, contro il parere di Baghdad e della comunità internazionale, i curdi iracheni hanno votato ad ampia maggioranza (oltre il 90%) per l'indipendenza. La risposta militare delle autorità irachene, con la rapida conquista di Kirkuk, ha però ridefinito i rapporti di forza in favore del potere centrale.

  • In Turchia

Per quanto non si sia trattato della prima rivolta curda nel Paese, il conflitto con lo Stato turco si cristallizza invece dalla fine degli anni '70 attorno al PKK - organizzazione terroristica per Stati Uniti e UE - e alla figura di Abdullah Öcalan. In tutto ha fatto oltre 40'000 morti da allora. Preceduta da anni di discriminazioni, repressioni, arresti indiscriminati e uccisioni, la lotta armata venne lanciata nel 1984 e sembrava poter prender fine con il cessate il fuoco nel 1993, ma i piani di pace del presidente Turgut Özal (curdo per parte di madre) vennero stroncati dalla sua morte improvvisa, provocata da avvelenamento secondo tesi che non hanno mai trovato conferma ufficiale.

Abdullah Öcalan al processo che lo condannò a morte nel 1999, pena poi tramutata in ergastolo che sta ancora scontando sull'isola di Imrali
Abdullah Öcalan al processo che lo condannò a morte nel 1999, pena poi tramutata in ergastolo che sta ancora scontando sull'isola di Imrali (keystone)

La svolta del conflitto avvenne nel 1998, quando Hafez el Assad, padre dell'attuale presidente siriano, cedette alle pressioni internazionali e smise di concedere ospitalità a Öcalan. Costretto a un lungo peregrinare fra Grecia, Italia e Russia, il leader del PKK giunse in Kenya, dove in un'operazione che avrebbe coinvolto anche la CIA venne arrestato e poi consegnato ai servizi segreti turchi. Condannato, a 74 anni sta ancora oggi scontando l'ergastolo in un carcere sull'isola di Imrali. In anni più recenti il dialogo fra i curdi e lo Stato avviato nel 2012 è stato bruscamente interrotto dalla Turchia nel 2015, anno degli attentati di Ankara attribuiti all'IS e dell'ascesa del partito pro-curdo HDP.

  • In Siria

Qui la storia in Turchia si incrocia con quella in Siria, dove Ankara ha già condotto da allora tre operazioni militari significative nel 2016, 2018 e 2019, allo scopo dichiarato di creare una fascia di sicurezza alla sua frontiera. In Siria i curdi non trovano la geografia favorevole (le montagne) che permette loro di ripararsi più agevolmente in Iraq. La seconda operazione, denominata "Ramoscello d'ulivo", ha portato in particolare all'occupazione della città e della regione di Afrin, sotto controllo curdo dal 2012 e una delle tre del Rojava, l'area autonoma proclamata nel 2016 nel nord siriano dai curdi. Questi ultimi hanno allora accusato gli Stati Uniti di averli abbandonati con il parziale disimpegno deciso da Donald Trump, dopo che gli stessi curdi avevano svolto un ruolo fondamentale nello sconfiggere sul terreno i miliziani dello Stato islamico.

Gli equilibri politici di oggi

Kobane, teatro della vittoriosa battaglia a cavallo fra il 2014 e il 2015, è la città simbolo della lotta curda all'IS e oggi fra gli obiettivi dei bombardamenti turchi. Auspicando la fine dell'escalation, Washington evoca "un pericolo di destabilizzazione della regione" e le minacce che questa comporterebbe proprio per la lotta a quel che resta dell'IS. Ma quelle statunitensi sono solo "dichiarazioni timide" non suffragate da fatti, secondo il portavoce del gruppo curdo YPG, Nuri Mahmud. Di fatto, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che è Paese membro della NATO ed è ben consapevole dell'importanza del suo ruolo nella regione e nella mediazione della crisi ucraina, ha le mani libere per agire.

RG 09.00 del 23.11.2022 La corrispondenza di Alberto Zanconato
RG 09.00 del 23.11.2022 La corrispondenza di Alberto Zanconato
 

Mosca a sua volta lancia appelli alla calma e chiede ad Ankara di astenersi dall'iniziare un'offensiva di terra. Già in difficoltà in Ucraina, il Cremlino ha interesse a mantenere gli equilibri in Siria, dove è presente militarmente, la sua influenza è forte e ha contribuito mantenere al potere Bashar el Assad. Si oppone quindi a un'operazione militare in grande stile, ma allo stesso tempo dalla dichiarazione finale del vertice con Turchia e Iran di questi giorni ad Astana, in Kazakhstan, emerge anche il rifiuto di un'entità territoriale curda nel nord-est della Siria. Teheran, oggi fra i pochi e preziosi alleati di Mosca, è come abbiamo visto a sua volta alle prese con la questione curda.

L'inviato speciale russo Alexandr Lavrentiev
L'inviato speciale russo Alexandr Lavrentiev (keystone)

Fra le ipotesi che si profilano, evocata pure ad Astana dall'inviato russo Alexandr Lavrentiev, ora c'è anche quella di un riavvicinamento fra el Assad ed Erdogan, in rotta dall'inizio del conflitto siriano nel 2011. Un conflitto in cui Ankara ha sostenuto l'opposizione, mentre i curdi hanno mantenuto dei rapporti con Damasco, senza schierarsi apertamente. Ora il presidente turco evoca la possibilità di un incontro con l'omologo siriano prima delle elezioni del 2023, con Vladimir Putin nei possibili panni del padrone di casa. La posizione siriana, indebolita al punto da protestare solo timidamente contro gli attacchi di questi giorni, che hanno fatto una ventina di vittime fra i ranghi dell'esercito, potrebbe favorire i contatti fra le parti. Una riconciliazione, secondo analisti come Aron Lund del gruppo Century International, citato dall'agenzia AFP, sarebbe un disastro per i curdi: ancora una volta abbandonati, resterebbero senza alcuna protezione.

Stretta di mano fra Ulf Kristersson e Recep Tayyip Erdogan l'8 novembre ad Ankara
Stretta di mano fra Ulf Kristersson e Recep Tayyip Erdogan l'8 novembre ad Ankara (keystone)

Erdogan sta approfittando della guerra in Ucraina per togliere loro il sostegno anche di alcuni Paesi tradizionalmente amici e rifugio per i loro dirigenti: da Svezia e Finlandia, che vogliono aderire alla NATO e hanno per questo bisogno anche del "sì" turco, Ankara esige che non supportino più quelli che definisce "terroristi" e l'estradizione di alcuni di essi. Un memorandum è stato firmato a Madrid in giugno e le trattative fra le parti sono in corso, ma Stoccolma a inizio novembre, per bocca del nuovo premier Ulf Kristersson, ha già asciato presagire un cambiamento di rotta nei confronti dell'YPG e del suo braccio politico.

pon
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