(©Matteo Tacconi)

Le Sarajevo unite dallo sport

Viaggio nella Bosnia Erzegovina a venticinque anni da una guerra che ha lasciato pesanti strascichi nella vita di molti (1)

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Aprile 1992. A pochi chilometri da noi inizia l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia contemporanea. L’esercito serbo-bosniaco avrebbe infatti tenuto sotto scacco la capitale della Bosnia Erzegovina per più di tre anni.

Partendo da oggi e per i prossimi giovedì, con una serie di quattro puntate cercheremo di capire come, a venticinque anni da quegli eventi, che segnarono tra l’altro il ritorno della guerra in Europa, Sarajevo e la sua gente siano cambiate, ma soprattutto in che misura l’eco del conflitto condiziona ancora le vicende della città.

Iniziamo oggi parlando di Sarajevo Est, un lembo della città che, a partire dal termine del conflitto, ha acquisito autonomia amministrativa. Ci vivono 64'000 persone, quasi tutte serbe. Molte di queste persone si sono stabilite qui da zone a maggioranza musulmana, compresa la Sarajevo storica, così come i musulmani hanno abbandonato le aree del paese a prevalenza serba. Il peso della guerra ha distrutto la promiscuità culturale che prima del 1992 connotava la Bosnia Erzegovina.

Per quanto diverse, e per quanto il passato sia ingombrante, Sarajevo e Sarajevo Est riescono a parlarsi. Nel 2019, addirittura, organizzeranno congiuntamente l’edizione invernale del Festival olimpico giovanile. Gli impianti saranno quelli delle Olimpiadi invernali del 1984, uno dei momenti più alti della storia sarajevese.

Matteo Tacconi

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