USA: una protesta, due volti

Da una parte chi chiede giustizia contro le violenze della polizia, dall’altra chi commette violenze con saccheggi e vandalismi

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Un volto ha le treccine lunghe e colorate di Arianna, che nel megafono scandisce “No justice – no peace”, non c’è pace senza giustizia. L’altro volto è quello di un ragazzo dinoccolato che indossa una maschera da mare coperta da felpa nera con cappuccio della stessa tinta.

Sono le due facce della stessa protesta qui a Washington. I primi entrano in scena nel pomeriggio. Cartelloni “Black Lives Matter”, “I can’t breathe”, si raccolgono in silenzio davanti al Museo della Storia e della cultura afro-americana per ricordare Goerge Floyd, soffocato durante l’arresto da parte della polizia a Minneapolis.

Gli altri, gli incappucciati, si aggiungono all’imbrunire. Non sono Black Block veri e propri. Sono gruppi misti, ma comunque ben organizzati. Dai loro zainetti estraggono petardi, piccoli fuochi d’artificio, bloccasterzo della bici per infrangere vetrate. E poi alcuni drappelli di giovani che paiono gang di periferia, spinello facile e qualche capello rasta. Di certo non sono attivisti dei diritti umani.

La linea di faglia di questa protesta è sottile. Le rivendicazioni si sovrappongono. Ad accomunarle sembra esserci una rabbia enorme contro la polizia. Per i soprusi, certo. Ma si percepisce anche un odio anarchico che si dipana in un rosario di insulti e “f…ck” gridati agli agenti schierati.

La pandemia è il razzismo
La pandemia è il razzismo" si legge su questo cartello alla manifestazione di Washington contro le violenze della polizia sugli afroamericani (RSI/e.bos)

Per gli afro-americani il rancore è profondo, interseca generazioni, interpella famiglie e parentele. Loro finiscono in prigione in numeri doppi rispetto ai bianchi. Non è solo rabbia. Ma paura di finire nel tritacarne di un sistema di “giustizia” tuttora intrinsecamente razzista.

“Sappiano benissimo che vi pagano poco, capiamo la vostra frustrazione ma siete dal lato sbagliato della storia”, urla una ragazza bianca ai poliziotti schierati nel parco La Fayette, davanti alla Casa Bianca.

Condivide la lotta di chi vuol mettere fine alle violenze di una parte della polizia contro gli afro-americani. Ma lei è comunque privilegiata rispetto a loro. Un semaforo attraversato col rosso, equivarrebbe solo a una multa. La ragazza afro-americana con gli occhiali tondi che le sta accanto appoggiata a questa transenna – si, con la pelle di colore diverso – rischierebbe invece molto di più. Lo confermano le statistiche. Lo sa qualsiasi madre afro-americana quando un figlio adolescente esce di casa.

Del resto George Floyd è stato fermato – e poi soffocato – per sospettato di aver usato usato banconote contraffatte. La stessa polizia di Minneapolis nel 2016 uccise Philando Castile (in diretta Facebook e con la compagna e la figlia di 4 anni sul sedile posteriore dell’auto) durante un semplice controllo stradale.

I due volti della protesta che infiamma l’America condividono un’arrabbiatura profonda ma con motivazioni diverse. Arianna urla “don’t shoot”, non sparate, un grido di difesa estremo dagli eccessi della polizia.

Gl’incappucciati intanto appiccano fuoco a un cassonetto. E la ragazza col megafono s’infuria. Chiede di evitare vandalismi inutili. Un faccia-a-faccia tesissimo col corpulento capo di un altro gruppuscolo di teppisti, questa volta senza tute nere. Sarà lui, mezz’ora dopo, a sfondare la vetrina del “The Oval Room”. Gli esclusi della società americana che entrano nel ristorante esclusivo. Non dalla porta, ma dalla finestra con i vetri in frantumi.

In questa caotica notte – da una costa all’altra degli Stati Uniti – si mescolano storie e rivendicazioni complesse e profonde: le radici sono nella storia – schiavitù e segregazione – ma la loro linfa trae nutrimento dalla quotidianità; esclusione, razzismo, mancato accesso a servizi e strutture. “Le nostre istituzioni ci hanno abbandonato, non resta che esprimere il dissenso in qualsiasi modo”, mi dice un giovane sulla trentina. Non sarà comunque lui a spaccare la vetrina d’ingresso della Fondazione Reagan, sulla Sedicesima. “Però capisco questa risposta estrema, anche se non la giustifico”.

RG 12.30 del 31.05.20: la corrispondenza di Emiliano Bos
RG 12.30 del 31.05.20: la corrispondenza di Emiliano Bos
 

La risposta vera, aggiunge, sarebbe il voto. Ma per gli afro-americani troppo spesso diventa difficile. Sì, persino nella “democrazia” americana.

È notte fonda. I manifestanti sono andati quasi tutti. Restano i teppisti. L’assalto si estende, scontri con gli agenti. Lacrimogeni e pompieri. Lui, il corpulento che litigava con Arianna, si fa beffa dei servizi segreti. Li sfida in mezzo alla strada. Cammina davanti all’auto, costretta ad indietreggiare verso la Casa Bianca. A New York, nelle stesse ore, un’auto della polizia sceglie invece la direzione opposta. Senza curarsi dei manifestanti, sbalzati violentemente dalla transenna che premevano sul cofano dell’auto.

Violenza della protesta e violenza della polizia, in questo caso. Il rischio è una spirale senza fine.

Emilianob Bos - corrispondente RSI dagli Stati Uniti
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