I Paesi Baschi e la guerra finita (1)

Viaggio tra gli abitanti di una regione dove ETA, terrorismo di Stato e polizia hanno fatto un migliaio di morti e migliaia di feriti

Attentati, esecuzioni, sequestri, torture: gli anni di piombo dei Paesi Baschi spagnoli hanno pochi paragoni in Europa per intensità e durata della violenza.

Dal 1968, con Francisco Franco al potere, passando per la transizione e arrivando al 2010, in Euskadi sono state uccise un migliaio di persone  (914 secondo un rapporto del Governo basco).

Il gruppo secessionista armato Euskadi Ta Askatasuna (ETA) è responsabile di 845 morti, 79 sequestri, 6.300 feriti e una spirale di intimidazione che arrivò a interessare decine di migliaia di persone (da 15 a oltre 40 mila, secondo diverse fonti).

Le forze di polizia uccisero 187 persone in dittatura e durante la transizione (1960-78). Il terrorismo di Stato e l’estrema destra assassinarono varie decine di persone durante i primi anni della democrazia. Il Governo basco riconosce inoltre più di 4 mila casi di denuncie di torture plausibili da parte delle forze dell’ordine dal 1960 al 2016.

Un bilancio efferato, fatto di vittime dirette e indirette. A due mesi dallo scioglimento definitivo dell’ETA, abbiamo voluto parlarne con alcune di loro.

Dori Monasterio, figlia della prima vittima civile dell’ETA; Inés Núñez de la Parte, figlia di una vittima di soprusi delle forze dell’ordine; Naiara Zamarreño, figlia di un assessore comunale ucciso dall’ETA e Xabier Oleaga, ex vicedirettore di un giornale basco, ci raccontano la brutalità di quegli anni, vissuta sulla loro pelle.

Davide Mattei

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