Tasse, prostituzione e sfruttamento (RSI/Sandro Pauli - Fabio Salmina)

Le tasse? Sì, ma attenzione!

Il parere di Anna, che da tre anni lavora nell'industria a luci rosse in Svizzera, sulla nuova legge ticinese sulla prostituzione

mercoledì 14/02/18 05:58 - ultimo aggiornamento: mercoledì 14/02/18 07:53

“Pagare le imposte sul nostro lavoro? Certo!”. L’affermazione è di Anna (nome fittizio, identità nota alla redazione), che da tre anni lavora nell’industria a luci rosse in Svizzera. Il meccanismo adottato dal Parlamento ticinese per riscuoterle, che prevede il versamento quotidiano di un acconto di 25 franchi al gestore del locale nel quale si lavora, invece non la convince. 

Il Quotidiano di lunedì 22.01.2018  

“L’importante è che non adottino il sistema applicato da alcuni cantoni d'oltre San Gottardo, dove il pagamento è vincolato a un guadagno minimo, altrimenti cosa succede? Il gestore incassa i soldi in qualsiasi caso, ma al momento in cui deve versarli all’ufficio tassazione dichiarerà che la ragazza ha guadagnato meno del minimo e così si terrà l’anticipo”. Il forfait – ribadisce – “dovrebbe quindi essere dovuto in qualsiasi caso”.

Anna, che dopo un periodo di due anni in Ticino da circa 12 mesi si è stabilita oltre S.Gottardo, teme comunque che incassare il 100% delle imposte dovute dalle prostitute, resterà difficile. “Può funzionare per le donne che esercitano con una notifica di 90 giorni, ma resteranno di più”. Attualmente si usano soprattutto due trucchi, spiega: “il primo consiste nel chiedere il rimborso dei giorni notificati. In pratica segnalo all’ufficio competente che per 30 giorni lavorerò a Lugano. Mi viene inviato un attestato da esibire in caso di controllo. Poco dopo, comunico però allo stesso ufficio che devo partire e chiedo il rimborso dei giorni non utilizzati. In verità continuo a lavorare. Se incappo in un controllo mostro l’attestato ricevuto prima della richiesta di rimborso e tutto fila liscio! Posso lavorare così anche per un anno intero profittando del fatto che gli uffici chiave non comunicano tra di loro. Il secondo trucco sfrutta invece la lentezza burocratica: in questo caso lavoro per un paio di mesi con la notifica di 90 giorni, poi chiedo il permesso, ben sapendo che non lo riceverò. La risposta arriverà dopo 9/10 mesi. Nel frattempo il mio dossier è in sospeso e posso continuare a lavorare senza dover versare acconti. L’anno dopo ricomincio: notifica, richiesta di permesso... Secondo me, permettetemi di dirlo, sarebbe stato meglio vincolare il rilascio di notifiche e permessi al pagamento di quanto giustamente dovuto. Solo così si risolve il problema”.

Immagine d'archivio (©Tipress)

 

Sulla tratta di esseri umani Anna è lapidaria: “Non ho mai visto una ragazza vittima di sfruttamento in Svizzera. La maggior parte di loro esercita perché costretta da motivi economici. Spesso lo fanno perché non hanno un’istruzione e non sanno fare nient’altro. Lo sfruttamento - credetemi – concerne piuttosto chi lavora come badante”. C'è però qualcosa che, secondo lei, somiglia molto allo sfruttamento: il lavoro a percentuale.

In questo caso “il datore di lavoro” investe nella pubblicità e fornisce la stanza di lavoro, che è anche dove la donna vive. In cambio ottiene in media  40-50% degli incassi giornalieri. Racconta Anna che, ovviamente:  “La ragazza sarà spinta a fornire le prestazioni meglio remunerate che sono anche quelle più rischiose dal profilo della salute e questo a chiunque senza la libertà di dire no, perché al secondo rifiuto sarà buttata fuori dallo studio e dovrà cercarsi l’appartamento per conto suo, cosa quasi impossibile con le restrizioni attuali”. Anna allude alle limitazioni previste per chi esercita in un appartamento, che il Parlamento ticinese ha recentemente reso ancora più incisive. “Peccato – ci dice a questo proposito – Più si limita la singola ragazza più la si spinge verso possibili forme di sfruttamento, che possono sempre emergere”. 

Anche le decisioni prese nell'ambito della sanità non convincono del tutto: “Mi sarebbe piaciuto fosse stato introdotto un obbligo per il gestore di appendere in ogni camera un elenco di malattie trasmissibili con un rapporto sessuale non protetto. Sarebbe molto utile per informare e sensibilizzare tutti”.

Per concludere proponiamo alla nostra interlocutrice un ipotetico colloquio con le mogli dei suoi clienti. Cosa direbbe loro? “Parlatene con vostro marito con la massima tranquillità. Cercate di capire cosa c’è che non va, cosa gli manca, quali sono le sue fantasie e quali sono le sue esigenze. Forse potrete capire”.

Tra i suoi clienti Anna ha conosciuto tantissimi mariti innamorati delle loro mogli. “Vengono da noi per i più svariati motivi: c’è chi non ha più un’intimità con la consorte, chi ha bisogno di parlare o ha una fantasia particolare della quale si vergogna, non mancano quelli con problemi di salute… La maggior parte di loro, però, ama la propria moglie”.

Sandro Pauli

Per saperne di più:

Il rapporto della Commissione della legislazione - Novembre 2017  

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