Dov'è avvenuto l'agguato (© Ti-Press / Samuel Golay)

"Non è un braccialetto che li ferma"

Dramma di Locarno, interrogativi sulle misure di prevenzione: il dispositivo applicabile dal 1° gennaio non è un mezzo di sorveglianza attiva

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

Il grave ferimento subito da una 22enne a Locarno, giovedì scorso, ha alimentato non pochi interrogativi sui margini di prevenzione disponibili a tutela delle vittime. Tanto più che la giovane, ora fuori pericolo, era stata già minacciata con un video dal suo aggressore.

Dal prossimo 1° gennaio, anche in ambito civile, le autorità potranno decidere, su richiesta delle vittime, l'applicazione di un braccialetto elettronico agli autori di violenze domestiche e stalking. Un dispositivo a forma di cavigliera che, attraverso un sistema GPS, potrà monitorare l'effettiva osservanza di una zona di protezione delle vittime disposta dalle autorità: debita distanza quindi da un domicilio, e dalla sfera personale in genere della vittima. Ma un sistema come questo, quanto avrebbe potuto contribuire a prevenire un dramma come quello di Locarno?

Frida Andreotti, direttrice della divisione giustizia del DI
Frida Andreotti, direttrice della divisione giustizia del DI (archivio tipress)

L'impressione è che non avrebbe avuto una valenza determinante. Almeno sulla scorta delle considerazioni di Frida Andreotti che, insieme ad altri interlocutori, ha preso parte lunedì mattina ad un'edizione di "Modem" incentrata sulla sparatoria di giovedì scorso e sulle inquietudini legate alla diffusione dei femminicidi in Svizzera. Il braccialetto in questione "non è un mezzo di sorveglianza attiva", ha precisato durante l'emissione radio la direttrice della divisione giustizia del Dipartimento ticinese delle istituzioni (DI). In buona sostanza, non c'è nessuno a controllare - attraverso questo dispositivo - che cosa sta facendo la persona: lo si verificherà semmai solo dopo che è accaduto qualcosa, o c'è stata una segnalazione. È questo, del resto, il funzionamento "che è stato definito dal legislatore federale".

La sorveglianza prevista è quindi di tipo passivo, e con l'obiettivo di accertare eventuali violazioni di un divieto di avvicinamento, che potranno poi aprire la strada a possibili sanzioni sul piano civile, non penale. In ogni caso "non è uno strumento che protegge pienamente la vittima", sottolinea Andreotti. "Certo ha un valore preventivo, di prevenzione generale. Ma quando vediamo autori che vogliono passare all'atto comunque, non è un braccialetto che li ferma", osserva la responsabile del cantone.

In alcuni Paesi, sono stati invece già introdotti dispositivi di sorveglianza attiva
In alcuni Paesi, sono stati invece già introdotti dispositivi di sorveglianza attiva (archivio tipress)

Diverso è invece il discorso per quei dispositivi, già introdotti in alcuni Stati, come la Spagna, che assicurano una forma di sorveglianza attiva delle insidie. "Effettivamente ci sono dei Paesi con sistemi di braccialetti a tutela della vittima , che può azionare direttamente l'allarme" e far così intervenire la polizia. "È un tema che a livello federale si sta approfondendo", spiega Andreotti, anticipando che "il prossimo anno i direttori cantonali di giustizia e polizia si recheranno in Spagna per visionare questo sistema" e che "il canton Ticino è interessato". Non si tratta per ora di una funzionalità prevista in Svizzera a livello di legislazione: "Quindi sarà un modo da valutare, sempre nell'ottica della protezione accresciuta della vittima per rapporto alle attese".

Modem/ARi
Condividi