Il film-fiume di Lav Diaz: 8 ore e 5 minuti
Il film-fiume di Lav Diaz: 8 ore e 5 minuti (Berlinale.de - foto Bradley Liew)

Maratona di cinema

Ai long-runner della Berlinale tocca un film da 8 ore

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Un grande affresco cinematografico

che racconta una vicenda epocale e contemporaneamente le storie dei singoli: A Lullaby to the Sorrowful Mistery del filippino Lav Diaz (che, dopo i tanti riconoscimenti internazionali, nel 2014 vince il Pardo d’oro a Locarno con From What is Before).

Un’esperienza totalizzante

Assistere alle oltre otto ore di durata (485’) di questo film in bianco e nero, in formato 4/3, con uno stile fatto prevalentemente di inquadrature fisse e qualche lento movimento di macchina.

Immergersi nella storia della rivoluzione filippina

1896-1898, la liberazione dal dominio spagnolo attraverso le vicende di alcuni personaggi: la moglie di Andres Bonifacio (l’iniziatore della rivoluzione) che cerca il marito per scoprire solo alla fine la sua morte, un uomo e una donna che hanno tradito il loro Paese vendendo informazioni agli spagnoli, un ragazzo che scava per trovare un tesoro nascosto, un anziano con una malattia polmonare che aiuta il gruppo di donne al fianco della moglie di Bonifacio, e altri ancora.

Un esempio della perfetta composizione d'immagine di Lav Diaz
Un esempio della perfetta composizione d'immagine di Lav Diaz (berlinale.de - © Bradley Liew)

Il tutto raccontato da inquadrature bellissime

che utilizzano solo la natura come ornamento, senza colonna sonora se non quella creata lì per lì dai canti, dal suono della chitarra, da elementi naturali come il cinguettio degli uccelli, il rumore del vento, del mare, del fiume.

E dentro a questo grande grandissimo quadro entra tanta storia dell’umanità, fatta di dolore, speranza, amore, odio, rivalità, lealtà, di ricerca della libertà dall’oppressore.

Uno stile personalissimo

di grande poesia ma sicuramente faticoso per l’attenzione di chiunque, che la Berlinale ha intelligentemente proposto con un’ora di intervallo in mezzo. Un cinema volutamente autoreferenziale.

Diaz afferma che i suoi film “non sono governati dal tempo ma dallo spazio e dalla natura”

e che lui stesso non si sente parte del mercato, avendo emancipato le sue opere dalla durata di due ore imposta dal profitto del biglietto al cinema.  

Viene da pensare che sia un peccato non trovare una via di mezzo per mostrare a chi non fa il critico di professione e non può quindi permettersi una giornata di proiezione, un film spettacolare e intimo.

Francesca Felletti

 

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