James Franco e Wim Wenders
James Franco e Wim Wenders (© NEUE ROAD MOVIES GmbH, photograph by Donata Wenders )

Una Berlinale in arancio

L'eleganza di Wim Wenders

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DIARIO PUNTATA SEI

Caro diario, essere eleganti è una bella cosa, forse anche una conquista, ma può rendere la vita più dura di quello che si pensa. Ad esempio se sei Wim Wenders e hai abituato tutti ad andartene in giro per gli schermi e per il mondo miracolando le immagini, calibrando ogni angolazione di luce, le minime sfumature di composizione delle inquadrature, come se fossero la riga precisissima dei tuoi pantaloni, poi non è che puoi distrarti e venir meno. Infatti la preoccupazione maggiore di questo superesteta del cinema mondiale a me pare quella di non contravvenire alla forma più che di scavare nella sostanza. Vabbè, troppo concettoso anch’io. Ma dimmelo, diario, che devo stare con i piedi per terra. In Every thing will be fine (se volete fare i moderni, #etwbf) il buon Wim ti butta dentro squarci di luce arancione che sembrano quadri di Vermeer, ma anche inquadrature del suo mesto protagonista James “prezzemolo” Franco (dove lo metti sta, ma occhio che modifica il sapore dei piatti) che danno l'idea di essere costate vari giorni di sonno per misurare al millimetro tutte le proporzioni. In questo abbiamo poi una vicenda umana che dovrebbe riempirci di sublime commozione e empatia, quella di uno scrittore calato in invernali lande che investe un bimbo e vede la sua vita travolta dal senso di colpa. Invece vuoi l'onnipresenza di una musichetta "light thriller", vuoi l'alto coefficiente di lessatura esistenziale dei protagonisti, ma a me non è proprio riuscito di provare qualcosa. Però, come diceva il personaggio di quel vecchio film, Wim ti stimo molto.

 

Dall'arancio wendersiano al rosa pallido della polacca in concorso, Malgorzata Szumowska, nome talmente complicato che non mi resta in mente e infatti mi sa che in diretta radiofonica l'ho pure sbagliato. Dovrei annotarmelo sul diario: Malgorzata. Confondo sempre con Dorota, come le due sciatrici di quando ero bambino, le Tlalka. Rosa pallido come le pelli diafane delle ragazze con disturbi alimentari che popolano il suo Body.

Una scena di Body
Una scena di Body (© Jacek Drygała )


Una in particolare, orfana di madre, fa parte del triangolo narrativo che la congiunge emotivamente al padre e a una terapista sui generis. La donna, che dorme abbracciata a un enorme alano, dice di poter trasmettere messaggi dei defunti. Padre e figlia proveranno a riavvicinarsi per questa via, con esito inatteso. Avete in mente quelli che facevano il cinema polacco a Zelig? Non siamo lontani, nel senso che la Szumowska tiene quei ritmi lì, ma riesce anche a buttar dentro tocchi di sorprendente ironia e comicità.

 

Le chicche di giornata però per me sono queste:

1) mi sono riconciliato una tantum con il 3D grazie a Iraqi Odissey dello svizzero-iracheno Samir, un lungo documentario sulla famiglia, in cui la stratificazione tridimensionale delle immagini ha un senso.

Colpo d'occhio in sala prima di Iraqi Odissey
Colpo d'occhio in sala prima di Iraqi Odissey (RSI)

Servizio di Cristina Trezzini nel Telegiornale

2) ho incontrato per una breve intervista Robert Pattinson, per sempre vampiro di Twilight, ma qui a Berlino fotografo in Life sulla vita di James Dean e Lawrence d'Arabia per Herzog. È barbuto come un boscaiolo, ha risposto garbato e forse un po' annoiato come si conviene a un divo. Sul volto un accenno di hangover da festa notturna per la première del film? Non ha detto cose che mi abbiano cambiato la vita, men che mai io a lui. Ma nei panni di quel Dennis Stock che immortalò Dean, caro diario, mi è parso un bravo attore.

mz

È Dane DeHaan o James Dean?
È Dane DeHaan o James Dean? (RSI)

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