Lüüp

Il cinquantacinquesimo clandestino della settimana

I rituali bucolici di cui dice il titolo del secondo disco del collettivo internazionale Lüüp ( Meadow Rituals), rimandano, in modo piuttosto esplicito, al nostro rapporto col mondo naturale. Una preoccupazione ecologica di cui la musica rende conto passo dopo passo, evocando fenomeni puramente vegetali, come la crescita delle radici in una pianta, o scomodando figure mitologiche come Apollo e Dioniso.
I Lüüp del flautista greco Stelios Romaliadis ci hanno regalato un’opera di prospettive sovrapposte. Idealmente il nucleo da cui dipartono le otto tracce del disco è un folk europeo che sembra nutrirsi in egual misura dalle tradizioni celtiche da un lato, e balcaniche dall’altro. Un piano d’osservazione duplice, dentro cui si stagliano di volta in volta i paesaggi più diversi. Romaliadis si dichiara seguace di musicisti d’ascendenza colta come Igor Stravinsky, Claude Debussy, Maurice Ravel, Bela Bartok, Sergej Prokof’ev, Nokolai Rimsky-Korsakov e Modest Mussorgsky, ma nella sua musica emergono anche tracce del progressive del bel tempo che fu: King Crimson, Genesis, Van der Graaf Generator (fra i membri del collettivo, qualcosa come diciannove musicisti, spicca anche l’ex sassofonista dei Van der Graaf Generator, David Jackson).
Il progetto Lüüp nasce nel 2007 per volontà proprio di Stelios Romaliadis con il chiaro obiettivo di abbattere le frontiere geografiche insieme a quelle musicali. Nell’esordio di Distress Signal Code, pubblicato nel 2008, il gruppo era formato da otto musicisti. Oggi, tre anni dopo, il collettivo si è ampliato a dismisura, ripresentando, fra gli altri, la bella voce della cantante svedese Lisa Isaksson, del gruppo folk Lisa O Piu, o gente come Greg Haines e Andria Degens.
Meadow Rituals è un disco davvero difficile da inquadrare. La formula che meglio lo sintetizza è probabilmente quella di folk-progressivo, una musica da camera bucolica e digitale al tempo stesso, e anche in questo vale l’annotazione delle prospettive sovrapposte fatta in precedenza. Non appena crediamo di aver catturato l’essenza di questa musica, una nuova prospettiva ci costringe a ripensare il tutto. Più che di prospettiva sarebbe forse meglio parlare di un “sapore” che percorre tutto quanto il lavoro in modo omogeneo.
Un sapore che diremmo antico, remoto e fiabesco, a tratti quasi esoterico, dentro il quale vengono via via a presentarsi le situazioni sonore più diverse. Benché improntata a un ritmo blando, quasi sempre lento, la musica presenta però una spiccata dinamica interna che impedisce al tutto di afflosciarsi e di risultare anemico.
È uno dei tanti dischi meticci e stratificati in cui capita di imbattersi sempre più sovente. Alto e basso al tempo stesso, colto e popolare, acustico ed elettrico, riflessivo e spontaneo, scritto ed improvvisato, sontuoso e semplice al punto da renderne difficile la determinazione caratteriale. Lüüp è un progetto di opposti che si attraggono oltre che, come si diceva, di prospettive sovrapposte. Un bel cimento per chi ha dovuto tenerne unite le fila e garantire una coerenza di fondo (pensiamo al produttore George Priniotakis), ma anche un suggestivo invito a tenere la mente aperta e a lasciarsi accompagnare in un viaggio musicale che non risulterà affatto scontato. Provare per credere.
La scaletta della settimana:

- Dust and light, Tape, da Revolutiones, ed. Häpna (2011)
- Counterclockwise, Emanuele Errante, da Time elapsing handheld, ed. Karaoke Kalk (2011)
- Roots growth, Lüüp, da Meadow rituals, ed. Experimedia (2011)
- Guarding the invitations, Julia Kent, Green and Grey, ed. Important Records (2011) - ( Intervista a Julia Kent)
Tutti i clandestini (stagione 2010/2011)

Tutti i clandestini (stagione 2011/2012)

Best of 2011

Tags: clandestini per scelta, lüüp

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